Una storia di religione a Castel Guelfo: il furto sacrilego del 1743

Da ormai 280 anni a Castel Guelfo di Bologna si celebra l'Adorazione delle "Quarantore", una liturgia nata allo scopo di onorare Gesù Cristo durante le quaranta ore in cui giacque morto nel sepolcro. Ma nel 1743 accadde qualcosa che avrebbe consacrato per sempre al mito questa liturgia.
Questo è stato il tema di una conferenza dal titolo "Il furto sacrilego avvenuto a Castel Guelfo nel lontano 1743. Una storia di religione", tenutasi a Imola l'11 novembre scorso e condotta da Gianluigi Tozzoli, Assessore alla Cultura del Comune di Castel Guelfo.

 

Quarantore Castel Guelfo BolognaE' utile premettere che l'intera vicenda si svolge intorno alla certezza della presenza del Cristo nell'Eucarestia con la transustanziazione (conversione del pane e del vino in corpo e sangue di Cristo), ribadita dalla tredicesima sessione del Concilio di Trento (1545-1563).

Secondo questa certezza, il tabernacolo all'interno del quale si trovava il contenitore delle Ostie Consacrate (la Pisside), anche denominate Santissimo Sacramento o Specie Eucaristica, assunse maggiore rilievo all'interno del tempio. L’Ostia Consacrata divenne oggetto di culto e poteva essere esposta pubblicamente per l'adorazione nell'Ostensorio.

Concilio di TrentoQuesta pratica trovò la sua massima espressione nelle cosiddette "Quarantore", una liturgia nata in Italia nel '200 e diffusasi a partire dal XVI secolo. Fu il Cardinal Lambertini, divenuto poi Papa con il nome di Benedetto XIV, che a Bologna stabilì dei turni di adorazione durante l’esposizione del Santissimo Sacramento in Cattedrale, divisi per le varie ore del giorno e della notte dal lunedì al mercoledì santo, nei quali si eseguivano inni e canti.

 

Castel Guelfo è sempre appartenuto alla Diocesi di Bologna e dal 1507 divenne feudo dei Malvezzi di Bologna. Era quindi un territorio governato dallo Stato Pontificio, i cui abitanti conducevano un'esistenza fortemente condizionata dalle esigenze liturgiche e dai cicli di lavoro che seguivano l'annata ecclesiastica.

Nel 1735 Sigismondo III Malvezzi scelse per la Parrocchia del suo feudo il giovane Gian Giuseppe Zanini, che, trovando nel paese di Castel Guelfo una religiosità solo di facciata e davvero poco sentita, decise di intervenire affidandosi alla Compagnia del Santissimo Sacramento del paese per rivitalizzare la pratica religiosa, riorganizzando l'Adorazione delle "Quarantore".

Traendo esempio da quanto già si faceva a Bologna, affinché non mancassero mai gli adoratori durante l'esposizione, divise la popolazione in dieci quartieri e ad ognuno assegnò a turno la propria ora di adorazione.

Quarantore Castel Guelfo BolognaQuesto metodo venne adottato per la prima volta nel 1739 e, secondo quanto documentò Don Zanini, con grandissimo successo e seguito. Da quel momento, le "Quarantore" divennero una tradizione di grande importanza per la cittadina.

 

Ma il 28 marzo 1743, accadde un fatto gravissimo: Don Zanini era fuori dal Castello quando gli arrivò la notizia che il Tabernacolo era stato violato e che non c'era più traccia di Pisside e Ostensorio con le Ostie Consacrate. In sintesi, qualcuno aveva rubato il Corpo di Cristo!

 

Le cose si mossero in fretta, nonostante la distanza tra Castel Guelfo e Bologna fosse di oltre 30 chilometri. Dalla cittadina partì immediatamente una comunicazione alla Curia Arcivescovile, che in risposta inviò tutte le istruzioni necessarie a procedere con un'indagine che avrebbe dovuto accertare l'effettivo furto e, nel caso, portare il colpevole al cospetto della Curia.

Una volta che il sopralluogo al Tabernacolo dell'Altare Maggiore ebbe confermato lo scasso eseguito con un coltello ed uno scalpello, poterono cominciare gli interrogatori, che durarono fino all'11 giugno 1743, mentre la celebrazione delle Quaratore prendeva il via circa una settimana dopo con ulteriori sette giorni di funzioni riparatorie dell'accaduto.


Le testimonianze permisero di ricostruire l'accaduto e di arrivare ad un solo unico colpevole: lo sbirro Giovanni Menghi, detto anche "Bella Giovanna", un forestiero preso a servizio dal Capo del Bargello Gaetano Beni che alloggiava da qualche giorno all'Osteria del Castello, definito da alcuni come uomo di dubbia moralità e dai comportamenti alquanto stravaganti. A questo si aggiunsero le dichiarazioni di quanti lo avevano visto a mezzogiorno del 28 marzo vicino alla chiesa e lasciare il paese alla volta della Romagna la sera stessa del furto, poco dopo aver gettato le Ostie Consacrate in un pozzo ove solevano gli Sbirri come lui rifornirsi di acqua.

Ostensorio e Santissimo SacramentoLa “Bella Giovanna” era quindi ricercato, ma la sua fuga durò poco: aveva guadato il Sillaro a Perotondo, raggiunto Mordano e pernottato presso l'oste Andrea Golinelli e di lì proseguito il suo cammino. Ma a Faenza fu arrestato, recluso nelle carceri della Curia per quaranta giorni ed il 13 maggio condotto a Bologna nelle carceri dell'Inquisizione.

 

Perché l'Inquisizione? Ebbene, dovete sapere che il valore degli oggetti sacri era poca cosa, a differenza di quello che forse pensava il Menghi. Ma il furto di Ostie Consacrate per gettarle o farne un uso distorto era considerato Eresia. Chi commetteva un gesto simile non riconosceva che quello era il Corpo di Cristo, come sosteneva l'eresia Luterana. Quindi, il furto era materia per il Tribunale dell'Inquisizione.

 

Il caso del Menghi venne trattato dall'Inquisizione Romana, istituita da Paolo III Farnese nel 1542 in particolare, appunto, contro l'eresia luterana.

Per un anno venne sottoposto dagli inquisitori ad un'accanita pressione per estorcergli un'ammissione di colpa. Ma non confessò mai, nonostante il verbale degli interrogatori consegnati da Don Zanini alla Diocesi di Bologna avesse già decretato la sua fine
Venne comunque condannato a "Morte per impiccagione e squartamento postumo", consegnato al braccio secolare, rinchiuso nelle carceri del Torrone a Bologna e condotto al patibolo il mattino del 20 giugno 1744.

Inquisizione Romana a BolognaSarà l'ultimo condannato a morte dall'Inquisizione Romana a Bologna.

 

Ancora oggi questa liturgia viene celebrata come la volle Don Zanini oltre due secoli orsono, anche se in tempi successivi venne adottato un canto particolare al posto delle laudi cantate dai chierici.

I fedeli, partendo dalla Chiesa della Madonna della Pioppa, vengono accompagnati all'interno del borgo fortificato di Castel Guelfo e poi alla Chiesa del Sacro Cuore di Gesù per svolgere la loro ora di adorazione ed al termine delle Quarantore, il Santissimo Sacramento viene rimosso dall'esposizione in Chiesa e condotto in solenne processione per le vie del paese.

 

Dopo avere conosciuto questa storia, non posso fare a meno di pensare che questa liturgia a Castel Guelfo si sia notevolmente rafforzata a livello simbolico intrecciandosi con le vicende del 1743.

E' qualcosa che, per quanto possa sembrare assurdo, si deve alla colpa di Giovanni Menghi. Uno straniero che, forse per uno strano scherzo del destino, capitò nel posto giusto e nel momento giusto per commettere un gesto che invece che fiaccare lo spirito dei fedeli ebbe l'effetto di rafforzare ulteriormente la loro fede nell’Eucarestia.
Ma non si dice forse che le vie del Signore sono infinite?

 

Ringraziamenti, documenti e materiali utili alla scrittura dell'articolo:

 

  • Devo ringraziare Gianluigi Tozzoli, Assessore alla Cultura del Comune di Castel Guelfo di Bologna, per i materiali forniti e tutta l'assistenza necessaria a scrivere questo articolo.

  • Presentazione dell'intervento tenutosi ad Imola l'11 novembre 2019, dal titolo "Il furto sacrilego avvenuto a Castel Guelfo nel lontano 1743. Una storia di religione" a cura di Gianluigi Tozzoli.

  • Video dedicato alla liturgia delle Quarantore, completo di riprese all'evento, di testimonianze ed interviste ai guelfesi.

  • Letture consigliate: "Il Sacrilegio: storia di un furto e di un 'birro' chiamato Giovanni" di Mary Pantano e Stellario Quacquaro - Edizioni Il Nuovo Diario Messaggero (2014)

 

 

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