Camminare lungo una strada romana percorsa duemila anni fa dai carri che collegavano Mutina alle province settentrionali dell'Impero è un'esperienza che non mi sarei mai aspettata di vivere nel centro di Modena. Eppure, mentre attraverso il Parco Archeologico NoviArk in una luminosa giornata primaverile, mi ritrovo a osservare i profondi solchi lasciati dalle ruote sugli antichi ciottoli. Sotto i miei piedi scorre la stessa strada che i Romani calcavano per raggiungere Mantova e, oltre le Alpi, le lontane province dell'impero.
Il NoviArk non è un semplice parco archeologico, ma un affascinante esempio di come la necessità moderna – la costruzione di un parcheggio interrato – abbia saputo dialogare con la memoria antica. Quando nel 2009 iniziarono gli scavi per il parcheggio Novi Sad, a oltre sette metri di profondità, nessuno immaginava l'eccezionalità di ciò che stava per emergere. Invece di nascondere per sempre quei tesori sotto il cemento, si scelse di smontare con cura le strutture romane e rimontarle in superficie, restituendo alla città un museo all'aperto accessibile a tutti, gratuitamente, ventiquattro ore su ventiquattro.
Mi fermo davanti a uno dei pannelli informativi che punteggiano il parco e scopro che qui, a circa seicento metri dalle antiche mura di Mutina, si estendeva un quartiere periferico pieno di vita. La grande strada acciottolata che vedo di fronte a me è lunga ben centodiciotto metri e larga cinque. È stata riposizionata esattamente dove fu trovata durante gli scavi, mantenendo la memoria del luogo. I solchi carrai sono così profondi che mi viene spontaneo immaginare il rumore dei carri carichi di merci, il vociare dei mercanti, l'odore di cuoio e spezie trasportate lungo questa via commerciale fondamentale.
La strada presenta due fasi costruttive distinte. La prima pavimentazione in ghiaia, databile tra la tarda età repubblicana e l'alto impero, venne poi sostituita in epoca tardoantica da una massicciata con grossi ciottoli fluviali. Ai lati della carreggiata si aprivano marciapiedi larghi circa cinque metri e fossi di scolo. Un'opera ingegneristica impressionante che testimonia l'efficienza delle infrastrutture romane.
Lungo la strada si allineano le stele funerarie. Qui la morte non era nascosta, ma celebrata pubblicamente. Mi soffermo davanti alla stele di Sepunia Secunda, datata alla prima metà del I d.C., che fece costruire questo monumento per sé, per il fratello Tito Sepunio Postumo – centurione della XV legione Apollinare – e per Lucio Pugilio Spettato. Le iscrizioni raccontano storie quotidiane: liberti che raggiunsero il successo economico, soldati che servirono l'impero, concubine amate dai loro compagni. Ogni pietra è un libro aperto sulla società romana.
Quello che mi colpisce è inoltre la cura con cui sui cippi vengono indicate le misure delle aree sepolcrali, segnalando i piedi sul lato frontale e in profondità. La necropoli testimonia anche i cambiamenti economici dell'impero: mentre nel primo e secondo secolo le tombe erano monumentali, con stele elaborate e corredi ricchi, in età tardoantica – periodo di crisi – quelle stesse stele venivano smontate e riutilizzate come coperture per nuove sepolture più modeste.
Proseguendo lungo il percorso, arrivo alla zona degli edifici rurali. Nel settore nord del parco sono visibili i resti di una fattoria romana con un pozzo dall'imboccatura in pietra dotato di versatoio, collegato a vasche di diverse forme. La più affascinante è quella circolare, profonda circa un metro e mezzo, con pareti in mattoni. Le analisi archeobotaniche condotte sui sedimenti hanno rivelato la presenza di semi di piante acquatiche, pastinaca e ceratofillo – specie associate all'allevamento delle carpe.
Scoprire che i Romani allevavano carpe in queste vasche mi sorprende. La carpa era considerata un cibo di lusso e veniva allevata in piscinae appositamente costruite. Tra i ritrovamenti c'è anche la Lagenaria siceraria, l'unica zucca presente nel Vecchio Continente prima della scoperta dell'America. Questi dettagli trasformano il parco in un luogo dove non solo si conserva la pietra, ma si ricostruisce un intero ecosistema produttivo.
Gli impianti produttivi furono abbandonati nella seconda metà del I secolo d.C., ma gli edifici continuarono a essere utilizzati fino all'età tardoantica. Accanto alla vasca circolare, c'è anche una vasca rettangolare pavimentata con ciottoli, probabilmente destinata al lavaggio delle pecore prima della tosatura.
Un altro aspetto unico del NoviArk sono le discariche. Nel settore meridionale sono state individuate tre grandi fosse riempite con anfore disposte con l'imboccatura verso il basso, macerie e immondizie. Ma tra i rifiuti sono emersi anche oggetti di pregio: uno strigile in bronzo decorato con la figura di un gladiatore, una patera, un cucchiaino in argento, lucerne figurate. Questi reperti mostrano come anche nelle discariche finissero oggetti che oggi considereremmo di valore.
Al piano interrato del parcheggio Novi Sad sono esposte circa trecento anfore recuperate dalle discariche. Venivano utilizzate per trasportare olio, vino e la celebre salsa di pesce fermentato che i Romani adoravano. Alcune anfore conservano ancora iscrizioni dipinte: indicazioni numerali, marchi di produzione, la firma di un membro della gens Valeria.
Uno dei ritrovamenti più emozionanti è il tesoretto monetale, composto da 296 monete e un anello in argento con gemma incastonata raffigurante Bonus Eventus, divinità protettrice dei commerci e dell’agricoltura. Il gruzzolo fu nascosto presumibilmente tra il 270 e il 271 d.C., durante l'invasione degli Iutungi e degli Alamanni che devastarono il Nord Italia. Le monete appartengono prevalentemente agli imperatori Gallieno, Claudio Gotico e Quintillo.
Il fatto che il tesoretto non sia mai stato recuperato racconta una storia tragica: probabilmente chi lo nascose morì durante l'invasione o fu costretto a fuggire. Questo piccolo dramma personale, congelato nel tempo, ci parla dello stato di insicurezza che investì l'impero nel terzo secolo.
Il parco custodisce anche testimonianze di epoche precedenti e successive a quella romana. Gli scavi hanno rivelato una stratigrafia dalla prima età del ferro fino all'età moderna, passando per le fasi etrusca, romana e medievale. Nella parte nord-ovest del parco è stato trovato un cimitero risalente alla preste del 1630. A partire dal VI secolo d.C., consistenti strati alluvionali ricoprirono strada, necropoli ed edifici, sigillando per secoli la memoria di Mutina sotto metri di fango.
Camminando tra le strutture rimontate, mi colpisce l'attenzione al paesaggio. Per la sistemazione a verde si è tenuto conto delle analisi archeobotaniche, riproponendo essenze e arbusti documentati nell'habitat originario di età romana, in particolare il bosso. Questo contribuisce a ricreare un'atmosfera autentica.
Il NoviArk rappresenta un modello virtuoso di valorizzazione archeologica urbana. La sinergia tra Comune di Modena, Soprintendenza e Cooperativa Archeologia ha permesso di conciliare esigenze apparentemente incompatibili: costruire un parcheggio necessario alla città e preservare un patrimonio archeologico eccezionale.
Il risultato è un parco che vive ventiquattro ore su ventiquattro, attraversato da cittadini che lo usano come scorciatoia, da famiglie con bambini, da turisti curiosi. È un museo senza orari né biglietti, integrato nella vita quotidiana della città. E questa accessibilità totale è forse il suo pregio maggiore: chiunque, in qualsiasi momento, può camminare su quella strada romana e sentirsi parte di una storia millenaria.
Mutina, fondata nel 183 a.C. come colonia romana, fu un importante centro strategico e commerciale grazie alla sua posizione al crocevia della via Emilia e delle vie verso Mantova e le province transalpine. Descritta da Cicerone come "floridissima et splendidissima", la città conobbe grande prosperità durante l'età imperiale. Al Museo Civico Archeologico Etnologico e nel Lapidario Romano del Palazzo dei Musei sono conservati molti reperti che integrano la visita al NoviArk, permettendo di comprendere più a fondo la vita quotidiana della città romana.
Mentre lascio il parco, mi volto un'ultima volta verso la strada romana. Un gruppo di bambini corre lungo i ciottoli. Una coppia di anziani siede su una panchina all'ombra. Un turista fotografa l'iscrizione di Sepunia Secunda. La vita continua a scorrere su queste pietre, proprio come scorreva duemila anni fa.
Se vi trovate a Modena, dedicate un'ora alla visita di questo parco straordinario. Camminate su quella strada, leggete quelle iscrizioni, immaginatevi i volti di Sepunia, di Tito, di tutti quegli antichi modenesi che hanno abitato questi luoghi. Scoprirete che Mutina non è solo un nome nei libri di storia, ma una città viva che continua a parlarci attraverso le sue pietre. E la cosa più bella? È tutto gratuito, sempre aperto, alla portata di chiunque voglia ascoltare.
Fonti:
- Mutina Romana Parco Novi Sad – Mutinaromana.it
- Cultura: al Novi Ark si respira l'atmosfera dell'antica Mutina – modenatoday.it (20 luglio 2012)
- "Parco Novi Sad di Modena: dallo scavo al parco archeologico", Donato Labate, Luigi Malnati (a cura di), Quaderni di Archeologia dell'Emilia-Romagna N. 36, 2017
- La Modena dei Romani - L’itinerario per ritrovare la “Mutina” di un tempo ai giorni nostri – Visitmodena.it
- Città romana di Mutina/Modena – Patrimonio Cultura dell'Emilia-Romagna
- Parco Arheologico di Mutina – Museocivicoarcheologico.it
- Parco Archeologico Novi Ark – Visitmodena.it








