Il coraggio di un padre contro la prepotenza di un ufficiale austriaco

E' incredibile quanti e quali ricordi possano conservarsi nella memoria di un uomo anziano. La mente è selettiva: il ricordo di fatti accaduti tanti anni fa spesso è più forte di quello che è successo ieri. Dare una spiegazione ad un tale fenomeno è quasi impossibile.

Perciò, chi racconta e chi ascolta una storia, non possono fare altro che godere di quello che resta del passato, che sia per necessità o per consolazione dell'animo.
A. era un bambino quando la sua famiglia venne sfollata a Granarolo, dopo i primi bombardamenti degli Alleati sulla città di Bologna negli anni '40. Abitavano al primo piano di una palazzina dall'aspetto fatisciente. Ma non potevano certo lamentarsene: la guerra non lasciava scelta. O lì, o dormire all'addiaccio.


Bambini sfollatiSopra di loro, abitava una signorina che, si diceva in paese, soleva "intrattenersi" con ufficiali tedeschi e fascisti. Sempre stando alle voci, suo padre si arricchiva vendendo merce sul mercato nero, godendo della protezione di importanti esponenti del regime. Nelle vicinanze dell'abitazione, si trovava una siepe di biancospino. Allora era l'unica pianta che si vedeva in giro. Sembrava che anche la natura si fosse ritirata alla tragica vista di un Paese in guerra e tutto ciò che fioriva era molto ramificato, contorto e spinoso.

I fascisti avevano nascosto munizioni e armi sotto i suoi rami e per evitare furti, l'area era sempre controllata da un ufficiale. Avevano incaricato un austriaco, un personaggio dagli occhi di ghiaccio puntualmente preceduto dalla fama di essere un "figlio di buona donna", crudele e violento con tutti. La gente gli stava alla larga, ma per A. e la sua famiglia la missione era più ardua, in quanto il soldato, invece che svolgere il suo dovere di vigilanza sugli armamenti nascosti sotto il biancospino, gozzovigliava spesso nei pressi della loro abitazione, nella speranza che la signorina del secondo piano decidesse di dedicargli le sue attenzioni.

Un bel giorno, A. stava fuori casa a giocare e vide l'ufficiale austriaco avvicinarsi. Anche la ragazza del secondo piano si accorse del suo arrivo e doveva essere parecchio ispirata, perché si affacciò alla finestra e gli lanciò una mela. Era un chiaro invito, ma l'austriaco non fu così veloce da cogliere la mela al volo. Evidentemente, la sua ben nota cattiveria nulla poteva contro la mancanza di riflessi.
Così la mela ruzzolò ai piedi di A., il quale comprese con terrore che sarebbe finito coinvolto nella tresca, che lo volesse o meno.

L'ufficiale, che forse fino a quel momento non lo aveva nemmeno notato, si rivolse ad A. chiedendogli di raccogliere la mela e portargliela. Lui si rifiutò di farlo, con quell'impulsività che solo i bambini o gli stolti possono avere, pur sapendo a cosa sarebbe andato incontro.
L'austriaco fece qualche passo avanti senza dire una parola e per compensarlo della sua disobbedienza, gli diede uno schiaffo così forte da farlo capitolare per terra. Poi raccolse la mela caduta e dandole un primo morso, ritornò a fare la "serenata" alla signorina del secondo piano. A. si alzò da terra, sui palmi delle mani i graffi e lo sporco del selciato sul quale era caduto.

Salì in casa per non rischiare di avere un altro assaggio della mano di quell'ufficiale. Ma non appena salito, un altro confronto lo aspettava: quello con suo padre.
Quando lo vide, il padre notò la sua guancia arrossata e gonfia e gli chiese cosa gli era accaduto. A. glielo raccontò, ma non era preparato alla reazione del padre, che conosceva come un uomo molto onesto e dalla mentalità all'antica, sempre pronto a prendere le parti di chiunque sgridasse suo figlio perché certamente con un valido motivo, necessario ad insegnargli responsabilità ed educazione.

Il padre non rispose subito, ma A. comprese dalle sue mani che si chiudevano a pugno che era furente. Solo che non sapeva ancora con chi...e francamente non era disposto a porgere la guancia sana per scoprirlo.
"Scendi di nuovo di sotto e siediti sulla seggiola sotto casa" gli ordinò.
"Ma io..." fu l'unico timido lamento che il figlio riuscì a pronunciare, prima che il padre lo interrompesse e ripetesse l'ordine, questa volta in modo più deciso: "Ho detto, vai giù e siediti sotto casa. Senza discutere".

A. non aveva alcuna idea di cosa il padre avesse in mente di fare, ma il suo respiro affannato mentre scendeva le scale per fare quanto gli era stato ordinato era il chiaro presagio che gli eventi avrebbero preso una piega poco piacevole. Una volta riaffacciatosi sul portone d'ingresso, si diresse verso la sedia, vi si sedette sopra ed attese l'evolversi degli eventi.
Aveva ancora lo sguardo abbassato sulle sue mani sudate per la paura quando l'ufficiale austriaco gli si avvicinò nuovamente. Si abbassò su di lui, il sopracciglio alzato, il volto distorto da una smorfia di scherno. Era a due centimetri dal suo naso, poteva sentire l'odore del suo fiato mentre lo minacciava e provocava nella sua lingua, quel linguaggio odioso, duro e freddo, privo di qualsiasi inflessione emotiva.
Non gli rispose e questo fece infuriare il soldato ancora di più. Questo prese le distanze per un attimo ed alzò il braccio come per caricare un ennessimo schiaffo.

A. chiuse gli occhi, in attesa del colpo che presto avrebbe infiammato di dolore la sua guancia sana. Fu per questo che non vide subito l'entrata in scena del padre. Quando riaprì gli occhi, lo vide già avventato sul giovane ufficiale: lo aveva inchiodato con le spalle al muro, stringendogli il collo con una mano. Più ancora che per istinto di protezione verso il figlio, non sopportava la prepotenza di quel bastardo straniero e non appena lo aveva visto alzare nuovamente le mani verso un bambino indifeso aveva reagito, pienamente cosciente del rischio che poteva correre chiunque aggredisse un soldato del regime, gesto assolutamente vietato.

L'ufficiale si divincolò dalla presa, ma non ebbe il tempo di difendersi, poiché il padre ne approfittò prendendo la distanza giusta per sferrargli un destro eccezionale: quell'uomo, che era sempre stato ligio al dovere e di poche parole, stava Granarolo foto d'epocadimostrando nei fatti che le persone erano stanche di soprusi e tirannia. L'austriaco ruzzolò per terra.
A. pensò divertito che rotolava meglio della mela lanciata dalla signorina al secondo piano, che non appena udito il tafferuglio si era ritirata nelle sue stanze. Si asciugò un filo di sangue che usciva dal naso, imprecò qualcosa, di nuovo nella sua odiosa e disarmonica lingua, e guardò il suo rivale furente: "Andrò al Comando di Lovoleto e farò rapporto. Ti farò pentire di questo gesto di insubordinazione!" lo minacciò.

Il padre gli si avvicinò mentre era ancora a terra. Torreggiava su quel ragazzo solitamente pieno di sé che tutto d'un tratto dubitava persino di potersi rialzare sulle sue povere gambe tremanti.
Si inginocchiò per abbassarsi al suo livello e guardarlo bene in volto: "Faremo di meglio: andremo insieme al Comando ed io gli racconterò che invece di fare la guardia alle munizioni sotto il biancospino, passi il tuo tempo a fare il galletto con quella donna di malcostume che abita al secondo piano di questa palazzina. Così sapranno che pasta di ufficiale sei e ti ricompenseranno a dovere. Scegli tu se levarti di mezzo ora e non farti mai più vedere o se utilizzare le tue grandi doti diplomatiche per trovare una buona scusa alla tua presenza qui".

Il padre aprì le braccia con i palmi delle mani all'insù, lo sguardo eloquente, e si rialzò. Il suo era un consiglio, non una possibilità. L'ufficiale scalciò nella terra furioso, per allontanarsi da quell'uomo.
Finalmente riuscì a rialzarsi sotto lo sguardo di un bambino che non avrebbe mai più dimenticato il coraggio che un solo uomo può dimostrare quando protegge ciò che ama ed in cui crede.
Da come si allontanò di corsa per ritornare alla guardia del biancospino, si intuì che aveva optato per il primo consiglio. E che lo avrebbe seguito per i giorni a venire.

Il padre si diresse verso il figlio e gli scompigliò i capelli sospingendolo verso la loro abitazione:"Andiamo in casa, muoviti" gli disse.

Nell'animo di A., il timore per l'autorità del padre si trasformò in ammirazione per l'eroe che all'improvviso vide in lui. E di eroi coraggiosi si ha sempre bisogno, soprattutto in un momento della propria vita e della storia segnato da grandi sofferenze, privazioni e violenze.

In paese cominciarono a girare voci e storie: qualcuno diceva di avere visto un soldato, quello austriaco, darsela a gambe dopo averle prese di santa ragione, ma non si sapeva bene da chi. Forse era il fidanzato geloso di qualche ragazza del luogo o un brigante dall'indole violenta. Ma chiunque fosse, aveva fatto bene! L'eroe, quello vero, era nascosto nell'uomo onesto che aveva protetto suo figlio, un bambino, dalla prepotenza, dalla violenza e dal cattivo esempio. Un insegnamento che quel bambino avrebbe portato nel cuore per tutti gli anni a venire.

Un ringraziamento ad A. per avere condiviso questa storia ed un pensiero per tutti i papà coraggiosi, eroi capaci di sacrificare se stessi per la famiglia, per importanti valori, per il bene comune.

 

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