Negli ultimi giorni, tra alcuni amici è tornata la voglia di fare esplorazioni urbane. Senza abbandonarle del tutto, negli ultimi tempi ci eravamo dedicati ad altri interessi e soggetti fotografici. Così, quando dopo giorni di pioggia è finalmente tornato il sole, ho accolto con piacere l’invito a visitare le ex Fonderie Ferriani di Sant’Agostino.
Per me, in realtà, non si trattava di una scoperta, ma di un ritorno. Qualche anno fa avevo già esplorato l’ex fabbrica, fondata nel 1895 per iniziativa dei fratelli Olindo e Raffaele Ferriani, e avevo dedicato un articolo alla sua storia. Del resto, col tempo si dimentica, e per me l’urbex è anche questo: tornare sui luoghi, interrogarsi sul loro passato, cercare di ricostruirne la memoria.
Il confronto con le fotografie scattate nel 2019 ha però messo in evidenza un netto peggioramento della situazione, come purtroppo era prevedibile. Alcune parti dello stabilimento sono ormai scomparse, inghiottite dalle ruspe — a loro volta abbandonate in mezzo all’erba incolta da chissà quanto — o distrutte dagli eventi atmosferici. La grandine degli anni passati ha lasciato segni profondi sulle coperture dei capannoni. L’ambiente resta buio e cupo, nonostante la luce riesca ancora a filtrare attraverso fessure, finestre rotte e ampi squarci nelle pareti.
Negli ex uffici, scrivanie e raccoglitori sono scomparsi. Ho la sensazione che sia solo questione di tempo: le ex Fonderie Ferriani finiranno per scomparire del tutto sotto la terra fredda e bagnata, come i cumuli di mattoni ricoperti dalla brina scivolosa di questa mattina. Mi auguro che, un giorno, al loro posto possa sorgere uno spazio capace di ricordare l’eccellenza che questa azienda ha rappresentato per il territorio e, allo stesso tempo, di essere utile alla comunità.
Prima dell’ora di pranzo avevamo ancora un po’ di tempo, così ci siamo spostati di poco, in via del Fantino, passando accanto al Palazzo del Fantino. L’edificio si trova lungo una traversa della strada che collega Sant’Agostino a Finale Emilia, costeggiando il Canale Angelino.
Le informazioni reperibili parlano di un’area un tempo paludosa, bonificata dai Rusconi di Cento, che vi fecero costruire la loro residenza estiva in località detta “Fantini”. Nel XVIII secolo Amedeo Rusconi abbellì l’edificio secondo il gusto dell’epoca, arricchendolo con eleganti decorazioni in stucco. Nel 1867 la villa passò ai Turri di Bologna e assunse il nome di fondo Sant’Agostino; in seguito, i proprietari attuali la trasformarono in casa colonica. Purtroppo, abbiamo constatato che il tetto della villa è parzialmente crollato, ma di grande interesse rimane il fienile sul lato sinistro della casa, che conserva i caratteri tipici dell’architettura rurale ferrarese.
Con ancora voglia di strada e di scoperte, abbiamo proseguito verso Finale Emilia, percorrendo via per Camposanto fino a raggiungere il Piccolo Oratorio della Beata Vergine. Di questa piccola chiesa campestre, purtroppo, non sono riuscita a reperire informazioni storiche certe. Sopra l’ingresso è presente una lapide che potrebbe fornire qualche indizio, ma ormai è quasi completamente illeggibile. Dall’architettura esterna, l’oratorio sembra risalire al XVIII secolo.
La porta era aperta e ci siamo affacciati all’interno. Il tetto è in gran parte crollato, ma al centro della parete frontale resiste ancora la nicchia che ospitava la statua della Vergine. La cornice, di un intenso bordeaux, contrasta con l’azzurro del cielo stellato dipinto all’interno della nicchia. L’intonaco delle pareti, molto deteriorato, doveva probabilmente essere decorato con colori pastello. La presenza dello spazio per il tabernacolo indica che qui si celebrava la Messa.
Sotto la nicchia, il piccolo altare in legno decorato e le panche per i fedeli sono ribaltati. Solo il lampadario continua a rimanere appeso a quella porzione di soffitto che non è ancora crollata. Mi auguro che qualche lettore possa conoscere dettagli più approfonditi sulla storia di questo piccolo gioiello dimenticato.
E visto che ci trovavamo nei paraggi, perché non fare un’ultima deviazione verso un altro luogo di interesse storico? Raggiungere Palazzo Ca’ Bianca non è stato semplicissimo: superare l’argine che ci separava dalla tenuta è stata una piccola avventura, anche perché il ponte sul fiume Panaro (via Passo di Ca' Bianca) è estremamente stretto. Una volta arrivati, dall’alto si possono osservare la torre colombaia e parte della corte, che ancora domina la campagna circostante.
Il palazzo è un importante esempio di corte rurale a corte chiusa, risalente alla metà del XVI secolo. Fu costruito dai Marchesi Villa, che avevano ricevuto queste terre in feudo dagli Estensi. Nel corso del XIX secolo, dopo vari passaggi di proprietà, il complesso subì trasformazioni che lo convertirono progressivamente da corte padronale a corte agricola, con la perdita delle originarie funzioni residenziali e produttive, fino all’attuale stato di abbandono, purtroppo ben evidente.
Non abbiamo avuto il tempo di avvicinarci ulteriormente: sarebbero state necessarie almeno un altro paio d’ore e dovevamo rientrare. Tuttavia, il luogo ha acceso la curiosità del gruppo e spero che in futuro ci sarà occasione per approfondirne l’esplorazione.
Così, a bordo della nostra “Urbex Mobile”, ci siamo rimessi in marcia lungo via Passo di Ca’ Bianca, attraversando i territori centesi prima di rientrare a casa. L’esplorazione della nostra pianura si è rivelata interessante e, soprattutto, rilassante. Quando non guido, mi piace osservare il paesaggio: le campagne sconfinate, le architetture isolate, i segni del tempo. Ho sempre la sensazione che tesori straordinari e spesso dimenticati ci attendano appena oltre il confine della non conoscenza.
Sta solo alla nostra curiosità scoprirli.






