Quando studi la storia di un territorio può capitare di fare delle scoperte che con una normale ricerca potrebbero non emergere immediatamente: mi è successo sfogliando una presentazione dedicata al pittore imolese Tommaso Della Volpe, che mi ha mostrato qualcosa che non mi aspettavo. Non dipinti, ma fotografie d'epoca, centinaia di scatti che raffigurano, con una straordinaria autenticità, il mondo contadino imolese nei primi decenni del Novecento. La passione di questo pittore per la fotografia è certamente meno nota e per questo merita di essere raccontata.
Partiamo dall'uomo. Tommaso Della Volpe nasce a Imola nel 1883, figlio del conte Cesare Della Volpe, in una delle famiglie nobili più in vista della città, quella che diede i natali persino a un condottiero cinquecentesco. Un'infanzia agiata, studi classici al collegio San Carlo di Modena, e poi il bivio: la famiglia lo vorrebbe avviare alla carriera ecclesiastica, sulle orme dello zio cardinale Francesco Della Volpe, prelato in Vaticano.
Tommaso però ha altre idee. Si iscrive all'Accademia di Belle Arti di Bologna, si diploma nel 1907, e va a perfezionarsi a Roma nello studio del pittore Aristide Sartorio, che lo aiuterà nella decorazione della gran sala del Parlamento italiano a Palazzo Montecitorio. Nel 1908 vince il suo primo concorso importante, la Biennale Romagnola d'arte a Faenza, e il quadro premiato, "Rustico", viene acquistato addirittura dal Re per la Galleria d'Arte Moderna di Roma. Non male per un esordio.
Eppure quello che colpisce, leggendo tra le righe delle cronache dell'epoca, è il carattere di quest'uomo. Aristocratico per nascita, ma allergico ai salotti. Un cronista del 1919 lo descriveva come "modesto, attivissimo, alieno da ogni compagnia che non sia quella dei suoi sogni e dei suoi pennelli". Non aderì mai al Futurismo né alle altre correnti che animavano l'arte italiana dei primi decenni del secolo, e i critici "novecentisti" lo liquidarono spesso come passatista, quasi anacronistico. A lui, in fondo, non importava: partecipò comunque, e con successo, a due edizioni della Biennale di Venezia, nel 1914 con il celebre dipinto "Il barroccio" - il carro che avanza nella neve trainato dai buoi, colorato secondo la tradizione romagnola più autentica, rosso e blu, fatica e poesia insieme - e nel 1926, con l'opera “Policromia”.
Ma è proprio qui che si apre il capitolo più interessante, e meno raccontato, della sua vicenda: la fotografia. Fin dal 1903 Della Volpe si procura un'attrezzatura fotografica, acquistata in Francia per la cifra non trascurabile di 220 franchi. Usa una piccola Gaumont modello Block-Notes, comoda da portare sempre con sé, nei viaggi come nelle passeggiate intorno a casa. In un'epoca in cui a Imola si potevano contare sulle dita di una mano i possessori di una macchina fotografica, lui la porta ovunque, pronto a catturare l'attimo prima che fugga. Ed è un istinto che condivide, senza forse saperlo, con gli impressionisti francesi che lo avevano preceduto: anche per Della Volpe la fotografia diventa spesso un appunto visivo, la prima immagine di un soggetto che poi, nello studio, si sarebbe trasformato in un quadro a olio. Non è un caso che una sua fotografia intitolata "Santa Caterina" abbia dato origine, quasi identica nella composizione, al dipinto "Mattino azzurro" del 1922.
La gran parte di questo straordinario reportage nasce nella tenuta di famiglia, la villa di Chiusura, dove si concentra la maggioranza delle immagini dedicate al lavoro nei campi. E qui la fotografia di Della Volpe smette di essere semplice documento per diventare qualcosa di più: uno sguardo che si sofferma, con affetto quasi complice, sui gesti quotidiani della civiltà contadina romagnola. Ci sono le scene della mietitura, con i covoni ammassati e le schiene curve sotto il sole. C'è la lavorazione della canapa, allora coltura fondamentale dell'economia imolese, immortalata nei suoi passaggi più duri e più antichi. C'è la battitura del grano sull'aia, la vendemmia, l'aratura con i buoi che aprono solchi regolari nella terra scura di Romagna. E poi, quando il lavoro finisce, ci sono i balli sull'aia, i momenti di festa collettiva che chiudevano le giornate di fatica condivisa.
Quello che rende speciali questi scatti non è solo il valore documentario, che pure è enorme: è lo sguardo con cui sono presi. I contadini non posano impettiti, non sono figure idealizzate a distanza. Sorridono al fotografo, lo conoscono, si lasciano ritrarre nel mezzo del gesto, con naturalezza. È un mondo bucolico, certo, ma non edulcorato: si intuisce la fatica nelle mani e nelle schiene, eppure quello che resta impresso è soprattutto la dignità serena di chi vive in armonia con la terra e le sue stagioni. Della Volpe fotografa anche gli scorci più intimi e meno "nobili" del suo territorio: le rive del Santerno, i canali dei mulini dove si radunavano lavandaie e barche, angoli di vita fluviale che altrimenti pochi avrebbero pensato di fissare su lastra.
Non era un fotografo "professionista" nel senso moderno del termine, e forse proprio per questo la sua macchina fotografica ha potuto restituirci qualcosa di autentico, senza la posa calcolata dello studio. Accanto ai campi e all'aia, i suoi scatti raccontano anche altro: il viaggio a Roma del 1911, tra il Foro e Castel Sant'Angelo; la sua passione sfrenata per i motori, testimoniata da fotografie dell'automobile parcheggiata sulla via Emilia e da un viaggio in sidecar sull'Appennino; le processioni religiose imolesi, come quella della Madonna del Piratello, con le donne e le carrozze allineate lungo il percorso. Un uomo curioso di tutto, insomma, che affiancò alla ricerca pittorica un'indagine fotografica costante di luoghi, volti e forme.
Della sua produzione pittorica restano tracce importanti anche nelle chiese e nei conventi della diocesi imolese e non solo: gli affreschi a Linaro, alla chiesa del Buon Pastore, al convento dell'Osservanza dove nel 1940 dipinse una monumentale Ultima Cena, nella chiesa del Santissimo Crocefisso di Taranto, nella quale eseguì un affresco su una parete di 1700 metri quadrati. Ma se la pittura gli garantì una fama regionale e qualche riconoscimento nazionale, è la fotografia, rimasta per decenni nascosta in un cassetto, a restituirci oggi il documento più vivo e più prezioso: quello di un mondo rurale che di lì a pochi decenni sarebbe scomparso quasi del tutto, travolto dalla meccanizzazione agricola e dai grandi mutamenti del secondo dopoguerra.
Vale la pena, credo, andare a cercare queste immagini nelle rare pubblicazioni che le riportano letteralmente alla luce. Perché dietro l'obiettivo di un aristocratico solitario e un po' fuori moda si nasconde uno dei più intensi racconti per immagini della civiltà contadina romagnola: un patrimonio che merita di essere svelato più spesso di quanto non sia accaduto finora. In fondo, ogni volta che guardiamo una di quelle fotografie, è la nostra stessa terra che ci sorride da un secolo di distanza.
Fonti:
- Gianluigi Tozzoli, Le fotografie di Tommaso Della Volpe – Il mondo contadino agli inizi del '900, presentazione, Chiostri dell'Osservanza, Imola (25 maggio 2026)
- Tommaso Della Volpe fotografo. Ediz. illustrata – a cura di Angelini G. - Ed. Compositori (2013)
- Ritratto di bambina strabica di Tommaso Della Volpe – PatER Patrimonio Culturale dell'Emilia-Romagna
- Della Volpe Tommaso, Istituto Matteucci – Dizionario degli Artisti
- Tommaso Della Volpe, "postimpressionista" imolese, "postimpressionista" imolese, Il Romagnolo (18 dicembre 2021)
- Tommaso Della Volpe, tutti i colori della Romagna di Matteo Pirazzoli, Il Nuovo Diario Messaggero (5 maggio 2017)
- Tommaso Della Volpe, il conte pittore e fotografo di Gabriella Mancini, Romagna – La regione che non c'è (22 febbraio 2015)
- Della Volpe Tommaso, pittore incisore fotografo miniaturista decoratore, Dizionario d'Arte Sartori
- Della Volpe Tommaso, Galleria Recta – Biografia
- Tommaso Della Volpe, galleria di foto pagina Facebook Artenauta (5 novembre 2025)







