Attraverso la campagna minerbiese in una bella e tranquilla mattinata assolata. La mia meta è il Museo della Religiosità Popolare di San Giovanni in Triario, una visita che ritengo di notevole importanza per le mie ricerche nel campo della devozione popolare nelle nostre campagne.

 

Adolf Schmitz, Il tradimento di Giuda, inizio XX secoloAd attendermi c'è Cesare Fantazzini, appassionato storico e Presidente dell'Associazione Pro Religiosità Popolare che dal 1994 cura l'esposizione e tutte le iniziative ad essa correlate.

 

Il Museo, inaugurato il 16 aprile 2001 dal Mons. Claudio Stagni, ha origini molto lontane. Fu Don Saulle Gardini, arciprete di San Marino di Bentivoglio, che aveva visto nascere nella sua parrocchia il Museo della Civiltà Contadina, a concepire nel 1973 l'idea di una raccolta delle testimonianze religiose del mondo contadino, che integrasse i contenuti del neonato museo. Questa raccolta crebbe in maniera importante con oggetti di notevole qualità e significato, anche se il progetto di completamento del museo non si realizzò.

Nel 1991, l'Arciprete di Minerbio Luigi Consolini offrì la disponibilità della chiesa plebana di San Giovanni in Triario come sede permanente della raccolta. La location fu riconfermata dopo la costituzione, nel 1994, dell'Associazione Pro Religiosità Popolare, consentendo al progetto di raccolta di continuare in forma indipendente e di crescere in modo esponenziale fino all'inaugurazione del 2001.

 

Simboli evocativi della Passione di Cristo, fine XIX sec. Manifattura bologneseL'esposizione, suddivisa in tre sezioni principali – la persona, la famiglia e la parrocchia – è costituita da ogni forma di testimonianza legata alla religiosità popolare: manuali di preghiera ed altri oggetti di pietà, ricordi del battesimo e della prima Comunione o abiti da matrimonio, immagini sacre (stendardi, incisioni, oleografie, stampe su tela, targhe devozionali in ceramica), piccole statue di santi, santini.

Molti degli oggetti esposti denotano l'espressione di una creatività personale ispirata dalla fede: una cornice in legno realizzata a mano per l'immagine della Madonna, le formine in carta ritagliate dai bambini per realizzare un presepe "povero", la profondità di pensiero di una preghiera scritta in dialetto bolognese.

Di particolare interesse sono i piccoli e bellissimi altarini con i vari oggetti relativi al culto eucaristico riservati al gioco dei bambini, gli splendidi cartelami utilizzati nelle celebrazioni del Triduo pasquale e raffiguranti soldati collocati a bada del Santo Sepolcro, l'enorme "macchina" scenografica utilizzata per le Quarantore di Minerbio progettata nientemeno che da Angelo Venturoli.

Soldati a guardia del Sepolcro, Cartelami XIX secoloDi sicuro interesse è inoltre la fonte battesimale in marmo rosso veronese risalente a prima dell'anno 1000, unica testimonianza rimasta dell'antica Pieve sui resti della quale è stata costruita la nuova chiesa all'inizio dell'800. Una chiesa che è famosa per essere stata una delle location nelle quali Pupi Avati ha ambientato il film "La casa dalle finestre che ridono" del 1976, del quale il museo conserva gelosamente un poster ormai introvabile.

 

Il museo si estende anche all'annesso rustico collegato alla chiesa. Al piano inferiore sono conservati una vasta collezione di presepi di ogni tipo e l'antico orologio da campanile della Chiesa di Rubizzano di San Pietro in Casale.

Al piano superiore, oltre ad una ricca biblioteca dedicata al tema religioso, troveremo una vasta esposizione di opere dell'artista Cesarino Vincenzi, noto per avere realizzato anche le porte in bronzo dell'Oratorio della Madonna della Valle di Bevilacqua di Crevalcore: non solo sculture, però, ma anche disegni e...poesie, un aspetto forse meno noto dell'artista.


Cristo "socialista", inizio del XX secolo, oleografia su cartoncinoAltro pezzo forte della raccolta sono le fioriere realizzate con bozzoli di bachi da seta. Queste bellissime ed originali realizzazioni che adornavano le immagini sacre in occasione delle rogazioni, una vera e propria esclusiva bolognese, erano frutto di un paziente lavoro eseguito presso conventi di clausura o altri istituti e sono un esempio di arte popolare, spontanea e devota, "distintivo" di autentica creatività, posta con amore al servizio della Fede.

 

Preghiera scritta in dialetto bologneseTra le iniziative più recenti dell'Associazione, ricordiamo la mostra "Fede vissuta. Identità e tradizioni popolari in Emilia-Romagna", tenutasi nel 2014 presso la Fondazione Lercaro di Bologna, nella quale sono state esposte gli oggetti e le opere più interessanti di questo museo e la promozione nel 2011 della pubblicazione "Le insegne delle Compagnie e Confraternite laicali dell’Arcidiocesi di Bologna" del compianto socio Luciano Meluzzi, una valente raccolta descrittiva delle croci processionali distintive di parrocchie del bolognese, ferrarese e modenese.

 

Potrei continuare a lungo nella descrizione dei contenuti del museo, proprio perché si tratta di una collezione che abbraccia più secoli e più linguaggi espressivi.

 

Chiesa plebana di San Giovanni in Triario, sede del museoTuttavia, preferisco dedicare l'ultima parte di questo articolo al significato più profondo che il museo assume nel nostro territorio, cioè quello di rappresentare un aspetto della fede che il secolo in cui viviamo, così "affollato" di altri valori e stili di vita, ha quasi totalmente dimenticato.
Le espressioni della devozione popolare qui esposte, ma anche quelle che ancora possiamo incontrare ai crocicchi delle strade o nelle nicchie delle case, sono potenti ma nello stesso tempo fragili nel nostro mondo moderno.

Esse ci ricordano, in modo estremamente semplice ed immediato, che non siamo soli.

Questa consapevolezza è stata capace di piantare profonde radici nella terra, tramandandosi per generazioni e definendo l'identità di interi popoli o di piccole comunità.

Moltissime persone, famiglie e comunità hanno dunque deciso di affidare al Museo della Religiosità Popolare la custodia di questa "memoria cristiana" e del patrimonio di conoscenze e tradizioni ad essa legate nell'intento di preservarle dalla distruzione ed offrirle alla piena fruizione delle future generazioni.

 

Museo della Religiosità Popolare di MinerbioNel tornare a casa, mi sono venute in mente le parole di Papa Francesco : "Ci stupiremo di come la grandezza di Dio si svela nella piccolezza, di come la sua bellezza splende nei semplici e nei poveri".

 

Un concetto certamente riconducibile alla natura del Museo della Religiosità Popolare, come a tutte quelle "opere" o azioni spontanee della nostra vita nelle quali riponiamo la nostra fede ed il nostro amore più profondi. Del resto, come si dice, "Dio è in ogni cosa".

 

 

Bibliografia, links, documenti ed altri materiali utili alla scrittura dell'articolo:

 

  • "Fede vissuta. Identità e tradizioni popolari in Emilia-Romagna" - Pubblicazione a cura della Fondazione Card. Giacomo Lercaro Raccolta Lercaro in collaborazione con il Museo della Religiosità Popolare di San Giovanni in Triario (2014)

  • Estratto da: "La terra e il sacro. Segni e tempi di religiosità nelle campagne bolognesi" a cura di Lorenzo Paolini - Pàtron Editore, Bologna (1995)

  • "La fede popolare trova il suo alfabeto. Una mostra aperta da oggi alla Raccolta Lercaro" – Articolo a cura di Cesare Sughi pubblicato su "Il Resto del Carlino", Ed. Bologna, sez. Cultura e turismo (27 febbraio 2014).

  • "Religiosità Popolare. Un museo dalle radici antiche" – Articolo di Cesare Fantazzini pubblicato su Bologna Sette, supplemento de "L'Avvenire" (8 aprile 2007), pag. 3.

  • "Dicembre 2019 – Qualche notizia sul Presepe" – Articolo di Ermes Dall'Olio pubblicato su "Carrozze & Cavalli".

  • Un ringraziamento a Cesare Fantazzini per l'accoglienza durante la visita al Museo e per le informazioni e gli articoli che gentilmente mi ha fornito per la redazione di questo articolo.

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