È il 16 febbraio 1886. Davanti alla Corte d’Assise di Venezia siedono ventidue lavoratori e organizzatori dei contadini mantovani, accusati di aver fomentato rivolte in tutto il territorio. Il procedimento, passato alla storia come "Il processo per la Boje", ha una grandissima risonanza in tutta Italia per le implicazioni economiche, politiche e sociali che porta con sé.

Il processo per la Boje, 1886La storia è arrivata a me in modo piuttosto casuale, sfogliando un piccolo opuscolo della serie "Biblioteca di Lavoro", acquistato al mercatino del 1° maggio a Malacappa. È uno di quei ritrovamenti che sembrano inizialmente poca cosa e che invece, una volta aperti, spalancano una storia che chiede di essere raccontata. È così che il processo dei contadini mantovani riprende forma e memoria.
La Boje è un moto contadino dell’Italia settentrionale che si sviluppa tra il 1882 e il 1885. Il nome trae origine da un’espressione del dialetto veneto riferita metaforicamente a una pentola in ebollizione: "La boje, e de boto la va de fora" (Bolle, e all’improvviso trabocca). Un’immagine particolarmente efficace per descrivere la situazione di tensione che si crea nelle campagne, soprattutto nei rapporti fra agrari e braccianti.

Sciopero dei contadini mantovaniIl processo prende avvio, secondo le cronache, dai "dolorosi drammi agrari che si svolsero nella primavera dell’anno passato nelle campagne mantovane (...)". Si fa in particolare riferimento allo sciopero del 27 marzo 1885 di Spineda Lombarda, soffocato dall’esercito. A seguito degli scontri vengono arrestati 160 dirigenti di organizzazioni contadine, le Società vengono sciolte e le loro sedi perquisite, provocando nuove agitazioni.

Di quelle 160 persone, soltanto ventidue arrivano a processo, dopo aver trascorso circa un anno in carcere. Gli altri vengono rilasciati perché non si riescono a trovare motivi sufficienti per incriminarli.

I contadini mantovani arrestati il 27 marzo 1885Gli imputati sono Eugenio Sartori, Clemente Nizzoli, Natale Fiaccadori, Tito Melesi, Francesco Siliprandi, Giuseppe Barbiani, Cesare Sala, Pellegrino Sbroffoni, il dottor Vittorio Brera, Odoardo Rochinger, Anselmo Nora, Antonio Avigni, Giuseppe Beccari, Giovanni Del Bon, Luigi Ortelli, Giuseppe Sarzi Bolla, Luigi Sogliani, Veridico Speziali, Paolo Tralli, Antonio Vernizzi, Giuseppe Brunoni e Tommaso Tininini.

Sono esponenti rappresentativi dei movimenti contadini e fra loro ci sono i fondatori di due associazioni: la Società di Mutuo Soccorso dell’ingegner Eugenio Sartori e l’Associazione generale, diretta dall’ex garibaldino Francesco Siliprandi e dal contadino Giuseppe Barbiani.

I capi d’accusa sono pesantissimi e, a leggerli ancora oggi, quasi incredibili: "aver sia con statuti, regolamenti e tariffe; sia con discorsi tenuti in adunanze sociali, o con articoli scritti e diffusi con mezzo dei giornali "La Favilla", "La Libera Parola" ed altri; con eccitamenti a scioperi od in altro modo con istruzioni e simili, attentato alla sicurezza interna dello Stato, mediante atti aventi per oggetto di portare la devastazione, la strage e il saccheggio in vari Comuni della Provincia di Mantova, e contro i fittavoli e proprietari di fondi ed in genere contro tutti gli abbienti, essendone anche già derivati, tagli sulle viti ed altri danni alle proprietà e minacce alle persone".

Questi uomini rischiano una condanna ai lavori forzati a vita, ma non sono soli davanti alla giustizia. A difenderli ci sono l’avvocato Giuseppe Ceneri, professore di Diritto all’Università di Bologna, l’avvocato Ettore Sacchi, deputato di Cremona della Democrazia radicale e futuro ministro, e l’avvocato Enrico Ferri, giovane e brillante giurista mantovano, non ancora socialista, che durante il processo si distingue per le sue arringhe.

Per quaranta giorni gli imputati si alternano davanti alla Corte insieme a numerosi testimoni. E mentre nelle aule veneziane si susseguono interrogatori e deposizioni, in tutta Italia il processo viene seguito attraverso i giornali. L’interesse cresce perché in gioco non c’è soltanto il destino di ventidue uomini, ma anche quello di un’intera classe sociale che vive in condizioni di esasperante miseria e forte sfruttamento.

Fin dall’inizio il processo assume una connotazione quasi inquisitoria. L’accusa sostiene che le associazioni contadine siano utilizzate come copertura e base logistica per organizzare gli scioperi e redigere nuove tariffe salariali da imporre ai proprietari terrieri. I loro dirigenti e associati vengono quindi accusati di cospirare contro l’ordine pubblico e contro le istituzioni costituzionali del Regno.

Ma dagli interrogatori emerge un quadro molto diverso. Le società mutualistiche dei contadini, esattamente come quelle degli operai, nascono per sostenere i lavoratori e le loro famiglie e per cercare di migliorarne le condizioni attraverso il risparmio e il lavoro. La discussione sulle tariffe e sulle mercedi non appare, almeno nelle testimonianze raccolte, come un progetto eversivo, ma come il tentativo di dare un valore più equo al lavoro.

I loro leader, Sartori e Siliprandi in particolare, sono membri rispettabili della comunità, conoscono il territorio, le sue problematiche e la legge. Lo stesso Sartori spiega che, durante le adunanze organizzate nelle campagne, si cercava di formulare una tariffa ragionevole, da applicare gradualmente e in accordo con i proprietari. Gli scioperi vengono fortemente sconsigliati; alcuni avvengono comunque, ma Sartori interviene anche personalmente in alcune discussioni nel tentativo di appianare le questioni.

A confermare questa versione arriva anche la testimonianza del dottor Romeo Romei, medico che conosce direttamente le precarie condizioni di vita dei contadini mantovani. Romei aveva assistito a un discorso di Sartori a S. Benedetto e non aveva visto i contadini in fermento, ma piuttosto in adorazione: "E' una specie di culto che essi hanno per il Sartori, ed è fermento tale che chi vive in mezzo a loro non può dire certamente che sieno rivoluzionari".

Il medico aggiunge che Sartori si era raccomandato con i contadini di rimanere nella legalità, di non avanzare pretese esagerate e di cercare di migliorare gradualmente la propria condizione. E conclude: "con questi principi si arguisce che la sua idea era quella di venire ad accomodamenti".

Anche altre testimonianze contribuiscono a mettere in discussione la ricostruzione dell’accusa. Il dottor Zacchi, sindaco di Moglia, afferma di non sapere con sicurezza chi fosse l’istigatore degli scioperi e precisa che questi erano iniziati già il 15 o 16 marzo, prima che Sartori si presentasse nel suo paese.

Lo stesso Francesco Siliprandi sostiene di essersi sempre pronunciato contro gli scioperi, affermando che la questione economica non si scioglie che con la scienza. La redazione delle nuove tariffe, del resto, non era stata presentata come un atto di ribellione o di eversione contro lo Stato, ma come una proposta di equilibrio economico basata sullo studio del costo della vita e della produttività della terra.

Le nuove tariffe avrebbero dovuto entrare in vigore il 1° aprile, ma soltanto dopo essere state concordate con i proprietari. Le due associazioni li avevano invitati infatti, attraverso appositi avvisi, a partecipare alle sedute per discutere la proposta. Nessuno aveva risposto, ad eccezione del senatore Guerrieri Gonzaga e, come conferma anche il dottor Panizza, sembra che i proprietari non avessero intenzione di arrivare a un accordo.

Nel frattempo aveva cominciato a circolare una voce ancora più inquietante: il 1° aprile, giorno previsto per l’entrata in vigore delle nuove tariffe, 20.000 contadini avrebbero marciato su Mantova, pronti a sollevarsi. Ma anche questa ricostruzione viene messa in dubbio durante il processo.


Il cavaliere Mantovani, maggiore dei carabinieri in ritiro, di Pogognaga, depone favorevolmente per l’imputato Avigni e sostiene: "Rivoluzione sociale non nacque, né credo che sarebbe mai nata, anche se non si fossero fatti gli arresti. Non credo che i contadini sappiano nemmeno che cosa significhi la parola federazione. La data del 1° aprile sospetta è stata giuocata da chi aveva interesse a recare danno".

È una dichiarazione che apre una domanda inevitabile: chi può avere interesse a far apparire le società mutualistiche come associazioni a delinquere, capaci di minacciare l’ordine pubblico, la proprietà privata e la sicurezza delle persone?

Gli agrari e i proprietari terrieri sono certamente i primi a essere direttamente coinvolti, perché vedono minacciati i propri interessi economici. Ma anche le autorità hanno motivo di temere una nuova esplosione di malcontento. Il ricordo delle rivolte legate alla tassa sul macinato è ancora vivo e il timore di ritrovarsi nuovamente davanti a una protesta incontrollabile è tutt’altro che infondato.

Il maresciallo dei Reali Carabinieri di Gonzaga, Oreste Bozzetti, sostiene invece che gli imputati abbiano organizzato alcuni incendi nelle campagne e convocato i capi-sezione a Mantova per impartire ordini sovversivi. Accusa inoltre Sartori di tenere in pubblico discorsi concilianti soltanto per nascondere le disposizioni che, secondo lui, impartisce in privato.

Sartori risponde direttamente all’accusa: "Il signor maresciallo conosce la disposizione dei fabbricati in campagna. Egli sa che i fienili sono uniti alle case dei contadini obbligati" e poi aggiunge, "quindi mi pare impossibile che col suo discernimento possa credere che ai contadini possa essere nata l'idea di incendiare questi fabbricati che sono attigui alle loro case".

Anche Giuseppe Barbiani si trova a dover rispondere di accuse pesanti. I suoi scritti vengono considerati un mezzo di fomentazione della rivolta e i carabinieri di Spineda lo descrivono come "lazzarone e vagabondo". Ma durante l’interrogatorio Barbiani parla con lucidità del proprio impegno come consigliere, assessore e facente funzioni di sindaco di Spineda, incarico che gli viene affidato, fra l’altro, dagli stessi piccoli possidenti terrieri del paese.
Racconta il lavoro svolto nella bonifica di alcuni fondi inondati e l’impegno nel promuovere lavori pubblici capaci di dare un’occupazione agli operai. Dimostra inoltre una conoscenza diretta delle condizioni di lavoro all’estero e ne mette a confronto la situazione con quella dei contadini mantovani: "ivi si prende in un'ora quel che si prende qui in una giornata".


Per l’accusa, però, gli imputati sono responsabili anche delle incitazioni a prendere le armi e alla rivoluzione scritte sui muri e persino di un canto che si diffonde nelle campagne, cantato dai braccianti ma anche dai bambini: "L'Italia l'è malada e Sartori l'è 'l dutur, per far guari' l'Italia, tajem la testa ai sciür".

Sono elementi che contribuiscono a creare attorno al processo un clima particolarmente acceso. Eppure, dopo appena quattro giorni dall’inizio del dibattimento, anche la stampa comincia a mettere in dubbio la consistenza delle accuse. Il processo appare sempre più come un procedimento costruito per impedire ai contadini di organizzarsi e, soprattutto, per evitare che possa affermarsi un precedente favorevole alle idee del movimento proletario e contadino.

La Gazzetta Piemontese del 20 febbraio 1886 osserva: "Quasi tutti questi interrogatori sono di poca importanza, però dimostrano una cosa, e cioè la sottigliezza dell'accusa che, per trovare gli estremi dei reati, ricercò persino nel campo, interdetto al giudice, delle intenzioni. Ed è a questo proposito notevole che appunto l'interesse del pubblico si fa maggiore mano a mano che l'edificio dell'accusa va mostrando le fenditure. Infatti si fa sempre più manifesto che l'accusa era basata sopra la supposizione di accordi che non esistettero".

È forse questo il punto più interessante che emerge dalla lettura degli atti e dei resoconti dell’epoca. Al di là dell’esito giudiziario, il processo mostra che qualcosa nelle campagne è davvero cambiato: la consapevolezza dei contadini, che non andavano più ad assaltare i municipi e i forni, come era accaduto nelle rivolte legate alla tassa sul macinato, ma avevano cominciato ad organizzarsi, a discutere, a formulare richieste collettive, a chiedere un miglioramento delle tariffe e delle mercedi. Cambiava così anche il concetto di potere contrattuale e, insieme ad esso, quello dei diritti.
Ma il processo porta alla luce soprattutto le condizioni terribili nelle quali vivono queste persone: lavoro pesante o disoccupazione, paghe insufficienti, fame, miseria e pellagra. Sono condizioni concrete, quotidiane, che spiegano molto meglio le ragioni degli scioperi di quanto non facciano le accuse di sovversione e criminalità.

Il dottor Mario Panizza, medico condotto nella provincia di Mantova e poi nel Manicomio di Mantova, dove vede un numero impressionante di malati di pellagra, descrive con precisione la situazione alimentare dei contadini: "I proprietari delle terre non solo prendono i loro prodotti ma anche una parte delle forze dei contadini" e prosegue: "Io e il dottor Sacchi abbiamo nell'ospedale fatto una statistica. I contadini si nutrono in media con 700 grammi di farina gialla; supponendo che questa fosse fatta col grano della migliore qualità essa non contiene che il 10 per cento degli albuminoidi. La metà di ciò che è necessario per riparare le forze di un uomo".

A pochi giorni dalla conclusione del processo, la Gazzetta Piemontese restituisce anche il clima che accompagna le arringhe della difesa. Il 26 marzo 1886 scrive: "L'arringa del Sacchi, interrotta da frequenti applausi, fu salutata alla fine da una entusiastica ovazione. Il presidente invitò il pubblico a non dar segni di approvazione".
Il giorno successivo, 27 marzo 1886, arriva il verdetto. Tutti gli imputati vengono assolti.
In aula e nelle vie adiacenti esplodono acclamazioni entusiaste. Gli imputati vengono immediatamente liberati e, preceduti dalla musica, si recano a San Giobbe per una refezione. Non si verificano disordini, anche se la polizia continua a tenere sotto controllo la situazione.

Il giorno seguente, la Gazzetta Piemontese torna sulla vicenda e accusa la polizia italiana di fiscalità, ignoranza e fanatismo, di aver sconfinato dal proprio mandato per invadere quello di altri ordini. Anche parte delle autorità politiche mantovane vengono accusate di abuso, "che il magistrato, per quanto consigliato a veder nero, non potè legittimare".

Il processo non finisce però con la sentenza. La sua eco continua a propagarsi e arriva anche sul palcoscenico. L’11 aprile 1886, appena due settimane dopo l’assoluzione, la Gazzetta Piemontese dedica un articolo allo spettacolo "Ij mal nutrì" di Mario Leoni, un dramma sociale sui soprusi dei padroni ai danni dei contadini.
L’opera, rappresentata al Teatro Alfieri di Torino, viene elogiata come un lavoro di straordinaria bellezza e verità e ottiene un grande successo proprio perché si ispira a un fatto ancora attuale: la crisi agraria e l’esito del processo dei contadini mantovani a Venezia.
Naturalmente non mancano i detrattori, che accusano l’artista di eccitare le passioni popolari attraverso il proprio lavoro. Ma se l’arte nasce dalla realtà e riesce a restituirne le inquietudini, le contraddizioni e i cambiamenti proprio come farebbe uno specchio, può davvero essere accusata di creare quei conflitti oppure, più semplicemente, li sta rendendo visibili?
Forse è proprio questo che accade con "Ij mal nutrì": una vicenda giudiziaria ancora calda, una crisi sociale che attraversa le campagne e una condizione di miseria che, attraverso il teatro, diventa materia di discussione pubblica.

Mentre chiudo l’opuscolo da cui questa ricerca è partita, ripenso all’ultima frase che vi è scritta: "Il processo si concluse il 27 marzo 1886 con l'assoluzione degli imputati. Ma la situazione dei contadini non cambiò".

È una conclusione amara, e in parte inevitabile. Un’assoluzione non può sconfiggere la fame, la miseria, la pellagra o anni di sfruttamento. Non può cambiare da sola i rapporti economici nelle campagne e non può risarcire i ventidue imputati per il tempo trascorso in carcere.

Eppure quella sentenza non è inutile.

Il processo porta dentro un’aula di tribunale per la prima volta un problema che fino a quel momento molti possono permettersi di ignorare: la questione sociale. Mostra che nelle campagne qualcosa si sta muovendo e che i contadini non sono più soltanto una massa di lavoratori da governare o da reprimere, ma persone che stanno imparando a organizzarsi, a discutere e a rivendicare un diverso rapporto con chi possiede la terra.

Forse è proprio questo il vero significato della Boje. La pentola non esplode, almeno non nel modo temuto dall’accusa. Ma continua a bollire.

Mi sembra che la storia raccontata dalle pagine di quell'opuscolo sia molto più grande del processo di Venezia. È la storia di una società italiana che sta cambiando, di una parte del Paese che comincia a prendere coscienza della propria forza e di una situazione che, da quel momento in poi, non può più essere messa a tacere semplicemente con gli arresti.

Il seme è ormai piantato nelle campagne. Negli anni successivi cresceranno il movimento proletario e il socialismo rurale, destinati a modificare profondamente la società italiana. E forse è proprio questo il motivo per cui vale ancora la pena tornare, a distanza di quasi un secolo e mezzo, a leggere le carte di quel processo: perché dietro quei ventidue nomi, dietro le accuse, le deposizioni e le cronache dei giornali, si intravede il momento in cui una parte del mondo contadino comincia a scoprire di avere una voce.

E quella voce, una volta ascoltata, non torna più facilmente al silenzio.

Fonti:

 

 

Genziana Ricci
Sono Genziana Ricci, una blogger curiosa e da sempre appassionata di storia, cultura e arte. Ho creato questo blog per condividere con i lettori piccole e grandi storie del territorio di pianura bolognese, ferrarese e modenese. Credo profondamente nel valore del confronto e della divulgazione di conoscenze legate alla nostra storia, alle tradizioni e alla cultura del territorio, perché sono parte della nostra identità e possono offrire alle nuove generazioni insegnamento e arricchimento. Del resto, la storia ha bisogno di camminare sempre su nuove gambe.

 

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