C'è qualcosa di particolare nell'avvicinarsi alla Pieve di Santa Maria in Savonuzzo, detta di San Venanzio. Anche prima di entrarci, già dalla strada, quella sagoma in mattoni che emerge dal verde della campagna ferrarese trasmette una sensazione difficile da spiegare: la certezza di trovarsi davanti a qualcosa che ha attraversato i secoli e che, per qualche ragione, è ancora lì ad aspettarti.
Sono andata a visitarla in una delle aperture guidate organizzate per farla conoscere al pubblico, e posso dire che non è stato un pomeriggio qualunque.
La pieve sorge sul dosso di un antico alveo fluviale, nei pressi di Saletta di Copparo, a circa tre chilometri dal centro del paese. Il nome "Savonuzzo" compare già nei documenti a partire dalla metà del XIII secolo: alcuni storici lo riconducono al latino saviniutius, ovvero "luogo pieno di rovi". Il toponimo dialettale sanvnunz avrebbe poi contribuito, per assonanza, a far scivolare il nome verso "San Venanzio". Ma su questo torneremo.
La chiesa fu fondata il 4 maggio 1344 per volontà di Giovanni da Saletta, feudatario della zona, che la fece costruire a suffragio della propria anima e per dotare i suoi possedimenti di un luogo di cura delle anime. Lo dice lui stesso, in prima persona, attraverso l'epigrafe in latino murata ancora oggi sulla facciata: un testo di quindici righe inciso su lastra di marmo che documenta la fondazione con precisione quasi notarile — data, nome del committente, origine dei fondi, anno indizionale. Leggere quelle parole di fronte all'opera originale fa un certo effetto.
L'edificio si presenta con una facciata sobria a capanna, scandita da quattro contrafforti. L'interno è a navata unica con copertura in capriate lignee, in parte originali, e termina con un'abside di forma quadrata. Un impianto planimetrico di estrema semplicità, che non lascia presagire la grande ricchezza culturale che si trova all'interno.
Giovanni la fa costruire, ne diviene "patrono", vi fa risiedere un sacerdote per la messa quotidiana, e nell'eredità trasmette al figlio Pietro il compito di mantenere le stesse condizioni. È una storia di responsabilità che si tramanda di padre in figlio — e che, come spesso accade, nel tempo si complica.
Alla morte di Pietro, nel 1379, e con l'estinzione del casato dei Da Saletta, inizia per la chiesa una lunga stagione di incertezze. Le proprietà passano, tra il 1446 e il 1889, alla Fondazione Caritativa dei Poveri di Cristo, poi ai Villafora, poi ai Varano Duchi di Camerino — questi ultimi, molto devoti a San Venanzio come patrono della loro città di origine, avrebbero collocato nella chiesa un'immagine del santo come pala d'altare, dando probabilmente avvio al cambio di denominazione. Infine la proprietà arriva alla società Finzi-Minerbi, fino alla sconsacrazione avvenuta nel 1918.
Per quasi mezzo secolo la pieve diventa deposito di canapa e attrezzi agricoli. È il destino ingrato di molti edifici storici abbandonati, e pensarci, mentre sono all'interno e mi guardo attorno, fa quasi male.
La svolta arriva nel 1967, quando il proprietario Alberto Minerbi decide di restaurarla. Nel 1983 la dona al Comune di Copparo e all'Associazione Ferrariae Decus, perché ne curino l'uso e la conservazione. Una targa sobria, appesa alla parete interna, lo ricorda in silenzio. Grazie al contributo del Ministero dei Beni Culturali e Ambientali, tra il 1989 e il 1993 viene condotta una campagna di restauro che ha permesso di conservare quello che ancora oggi possiamo vedere.
E quello che si vede, una volta abituati alle poche luci dell'interno, toglie il fiato.
Sulle pareti absidali e sull'arco di trionfo si conservano, parzialmente, gli affreschi coevi alla costruzione dell'edificio, con Storie della Vergine ascrivibili alla Scuola bolognese — alcuni di mano dello stesso Vitale da Bologna (circa 1289-1360), pittore attivo anche nel complesso abbaziale di Pomposa, altri dei suoi allievi.
Il ciclo di affreschi è un racconto per immagini che accompagna il visitatore dall'ingresso fino alla cappella. Sulla parete destra, subito dopo la porta d'entrata, si trovano due immagini mariane che, a prima vista, potrebbero sembrare legate tra loro. Non è così: le due cornici si incrociano, ma i dipinti non hanno alcun rapporto. Un'attenta osservazione ha consentito di comprendere che la Madonna in trono che allatta il Bambino è la più antica delle due. È un'opera di ispirazione giottesca di origine padovana, realizzata probabilmente prima dei lavori di Vitale da Bologna, tra il 1344 e il 1348. La Vergine è seduta su un trono con il Bambino sulle ginocchia: lui indossa una veste rossa, simbolo della regalità divina; lei una veste con ricami blu. Il gesto dell'allattamento sottolinea l'umanità di Cristo — un tema teologicamente carico in quegli anni, in cui la Chiesa combatteva contro l'eresia catara.
Nella seconda immagine, anche in questo caso la Madonna allatta il Bambino, ma è affiancata da San Cristoforo. Questo santo — in origine un gigante di nome Reprobo che, dopo aver portato sulle spalle il Bambino Gesù attraverso un fiume, si convertì e prese il nome di "Cristo-foro", che significa appunto "portatore di Cristo" — guarda verso di noi. C'è un gioco di sguardi ciclico in questa composizione: per ultima, la Madonna cerca il nostro sguardo, come a lasciarci il compito di uscire dalla chiesa e portare a tutti ciò che abbiamo incontrato qui dentro. Non a caso questo dipinto è collocato il più vicino possibile alla porta d'uscita.
Sull'arco trionfale della cappella campeggia l'Annunciazione, attribuita a Vitale da Bologna, che ha operato tra Ferrara, Udine e Pomposa tra il 1343 e il 1351. L'angelo sulla sinistra porta il lieto annuncio con un volto sorridente. Con tre dita della mano destra esprime la Trinità; con le altre due sottolinea che Cristo è il Verbo incarnato di Dio — cioè l'unione tra natura divina e umana in Gesù. Di fronte a lui si intravede una scalinata poggiata su uno sperone di roccia che scende dal centro dell'arco: un dettaglio insolito che vuole rappresentare proprio il momento in cui non è più l'essere umano che deve salire verso Dio, ma è Dio che scende, attraverso il "fiat" della Madonna. Quest'Annunciazione evoca, per chi la guarda con attenzione, quella di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova.
Nella cappella si trova invece la Disputa coi Dottori, strutturata attorno alla figura di Cristo seduto in alto su un trono che supera in altezza le pareti del tempio — a indicare, simbolicamente, che la sua venuta introduce una misura nuova che scardina le strutture ordinarie. Lo spazio ricorda le aule universitarie: i dottori sono disposti su una panca, nei vari atteggiamenti. Tra questi rimane visibile quello seduto a sinistra nell'atto di "scandalizzarsi", con il libro sollevato in aria. Sulla destra vengono posti la Madonna e Giuseppe: la Vergine è raffigurata nell'atto di confortare Giuseppe per il ritrovamento di Gesù al tempio, dopo tre giorni di ricerche.
Sulla parete destra della chiesa si sviluppa infine l'Adorazione dei Magi, organizzata ai lati di una finestra. La figura della Madonna è quasi completamente perduta: rimane solo il gradino su cui era poggiata e il colore blu della veste. A destra si conserva il corteo dei Magi, con la veste ben leggibile di uno dei tre Re. In alto a destra doveva snodarsi un corteo con servi e cavalli, di cui rimane visibile solo il muso di uno degli animali. L'Epifania è la manifestazione di Cristo a tutti i popoli — e i doni dei Magi (oro, incenso e mirra) ne sintetizzano la regalità, la divinità e l'umanità. Nel dono della mirra, si preannuncia già la passione.
Nel 2025 la pieve è tornata al centro dell'attenzione con un intervento di messa in sicurezza degli affreschi, primo passo di un piano di manutenzione straordinaria. La restauratrice Cinzia Bucchi si è occupata del consolidamento dei dipinti sul lato sud della navata centrale, minacciati da umidità di risalita e infiltrazioni di acque meteoriche. Sono state utilizzate tecniche di preconsolidamento e velinature con carta giapponese — una carta di riso che protegge la pellicola pittorica e impedisce la perdita di scaglie. Tutto questo, in attesa di un vero e proprio intervento organico di restauro che verrà prossimamente realizzato per restituire lustro all’opera, favorendone la conservazione.
Oggi la Pieve di San Venanzio viene aperta al pubblico in occasioni di visite guidate organizzate appositamente per far conoscere e riscoprire questo luogo straordinario. È un'occasione che, vi assicuro, vale davvero la pena di cogliere.
Perché ci sono posti che esistono da secoli senza fare rumore e aspettano soltanto che qualcuno abbia la curiosità di avvicinarsi. Se il messaggio di quelle immagini della Vergine, già radicato nella terra e nella devozione della gente, arriverà e rimarrà nei cuori di chi visita questo luogo, allora quelle storie dipinte, che parlano di amore incondizionato, forza e conforto, usciranno dalla parete per diventare una missione: portare fuori tutto ciò che hai incontrato qui dentro.
Fonti:
- Santa Maria di Savonuzzo, detta San VenanzioSanta Maria di Savonuzzo, detta San Venanzio, Marinella Mazzei Traina, in «Ferrara – Voci di una Città», n. 11-12/1999
- Chiesa di San Venanzio in SalettaChiesa di San Venanzio in Saletta, Provincia di Ferrara – Comune di Copparo (scheda informativa)
- Copparo: antica pieve di San Venanzio, eseguita la messa in sicurezza degli affreschiCopparo: antica pieve di San Venanzio, eseguita la messa in sicurezza degli affreschi, Ferrara24ore.it, 13 agosto 2025
- Pieve di San Venanzio, svelate le date di apertura per le visite guidatePieve di San Venanzio, svelate le date di apertura per le visite guidate, Estense.com, 1 aprile 2026
- Pannelli informativi interni alla chiesa: Annunciazione, Disputa coi Dottori, Adorazione dei Magi, Ex Voto
- Visita guidata organizzata da Villa Mensa e AmaParco






