E' un pomeriggio dei primi di novembre, una di quelle giornate d'autunno che regalano ancora una luce pura e piena di colori. Attraverso il lungo viale di platani le cui foglie cominciano a digradare nell'arancione. Oltre quegli alberi mi attende qualcosa di sospeso nel tempo, una dimora antica che in più di quattrocento anni ha conservato fascino ed eleganza discreta. La Paleotta non si annuncia con clamore. E' una villa di dimensioni contenute, immersa nella campagna di San Marino di Bentivoglio.
Per questo oltrepasso il grande cancello principale con la curiosità che hanno tutte le persone alle quali all'improvviso viene svelato un mistero.
La Paleotta non cerca di stupire con la mole, ma con la qualità. Mi fermo davanti alla facciata est, quella più semplice, con il suo portone bugnato e la cornice a guscio che corre lungo il tetto come una carezza. È il volto sobrio della villa, quello che si mostra a chi arriva. Ma è girando sul lato ovest che capisco perché generazioni di storici dell'architettura ne abbiano scritto pagine intere: qui la villa si apre in una loggia riccamente decorata, un fronte che sembra fatto apposta per accogliere, ammaliare, stupire.
Chi sia stato l'architetto resta, ancora oggi, materia di discussione. Alcuni studiosi pensano a Domenico Tibaldi, che operò a Bologna dalla metà del Cinquecento fino al 1583 e al quale i Paleotti si rivolsero per molte altre opere; altre fonti indicano invece Floriano Ambrosini. La verità è che manca un documento definitivo, e questa incertezza aggiunge un pizzico di mistero a un edificio che di per sé rappresenta già un piccolo enigma architettonico: una pianta che, dietro un'apparenza compatta, nasconde una sequenza di ambienti di altezze diverse, pensati uno per uno, eppure fusi in una continuità spaziale che i più esigenti definirebbero un vero capolavoro di composizione.
A costruire e volere questo luogo fu Annibale Paleotti, nipote del più celebre Cardinale Gabriele Paleotti, arcivescovo di Bologna dal 1566 al 1597 e figura di primissimo piano della Controriforma. Fu proprio dietro suggerimento dello zio cardinale che Annibale fece edificare il fabbricato, ne curò l'adornamento, sistemò i giardini e la campagna circostante, liberandola da rovi, incuria e squallore. Una lapide, ancora oggi conservata sotto il loggiato della villa, reca la data 15 ottobre 1619 e ricorda tutto questo con la sobria solennità delle iscrizioni antiche.
Mi avvicino all'ingresso e scruto oltre la porta a vetri. La villa, abitazione privata appartenente oggi ai Monari Sardè, apre al pubblico solo in rare occasioni e oggi non sono arrivata in tempo per visitare gli interni. Ma faccio un passo indietro e sotto la loggia chiudo gli occhi per rievocare la letteratura e le immagini fotografiche dalle quali sono rimasta tanto affascinata e che mi hanno condotto fino a qui.
All'improvviso il sogno comincia e la soglia si apre. Attraverso il vestibolo dalla volta a botte dove le decorazioni pittoriche del soffitto regalano un'atmosfera così calda e dorata da avere la sensazione che qui dentro il tempo rallenti ancora di più. Poi, come attirata da una musica leggera, il mio sguardo si rivolge al salone centrale, che si affaccia da un lato sulla loggia esterna prendendo luce da una parete tutta traforata di aperture, mentre dall'altro comunica, attraverso la controloggia, con il resto della casa. Volgo lo sguardo in alto con stupore. L'ampio respiro di stanze alte da sei a otto metri trasmette un senso di libertà d'altri tempi, quell'armonia rinascimentale oggi difficilmente interpretabile con la nostra idea moderna di senso degli spazi.
E poi gli affreschi. Qui la Paleotta rivela il suo tesoro più sorprendente. Nelle sale del piano rialzato si distende un ciclo pittorico bizzarro e pieno di inventiva, attribuito a Cesare Baglione, pittore geniale e un po' ribelle, che qui lavorò probabilmente negli ultimissimi anni della sua vita. In una sala si racconta la caccia al cinghiale e la lavorazione delle sue carni, tra cuoche floride e servi indaffarati; in un'altra si assiste a scene di pesca, con tanto di improbabile balena immaginata con i denti di uno squalo perché il pittore non ne aveva mai vista una davvero. Altre stanze ancora narrano cacce al cervo, ai lupi, alle talpe, alle lepri, con falconi, reti e cani, in un immaginario fiammingo e naturalistico che si distanzia moltissimo dalla cultura accademica allora dominante in città. Nei soffitti, tra travicelli, si aprono paesaggi irreali e piccole quadrature capovolte, popolate da uccelli, grottesche e fanciulle che suonano la chitarra.
Qualche anno più tardi, forse dopo la morte del Baglione, la decorazione venne ripresa da altre mani: nella loggia e nella controloggia lavorarono Gerolamo Curti detto il Dentone, il giovanissimo Angelo Michele Colonna e Menghin del Brizio. Fu, si racconta, tra le prime volte a Bologna in cui una decorazione basata su motivi architettonici unì davvero pareti e soffitto in un'unica, ininterrotta scenografia illusionistica. E nelle due grandi sale principali furono affrescati addirittura i camini per mano di Guido Reni e di Francesco Brizio: un dettaglio che basterebbe da solo a far capire quanto fosse ambito, un tempo, lasciare il proprio segno artistico tra queste mura.
Riapro gli occhi e torno al presente. La mia vista si riempie dei colori e dei ritmi naturali dell'autunno. Intorno alla villa si stende un parco di circa sette ettari, con alberi secolari, siepi di rose, un antico gazebo, un laghetto e persino una piscina più moderna, discreta tra il verde. Non lontano, una piccola cappella consacrata si affaccia tra querce e tigli, pronta ad accogliere ancora oggi cerimonie intime. Poco distante, verso la corte agricola, svetta una colombaia in mattoni, testimone nel tempo della villa non solo come luogo di villeggiatura estiva, ma anche come azienda produttiva.
Proprio quella corte, con l'antico magazzino settecentesco, la piccola officina, il fienile, le stalle e la scuderia, racconta un'altra faccia della Paleotta: quella di un'azienda agricola ancora viva, che si estende per circa cento ettari coltivati dalla stessa famiglia da oltre centocinquant'anni, tra frumento, barbabietola e sorgo, fedele a una tradizione locale che qui non si è mai interrotta.
Ma su questi muri è impresso anche il passaggio della storia più recente. Mi fermo davanti ad un'antica memoria a parete con la classifica del concorso per la "Battaglia del Grano", una campagna lanciata durante il regime fascista con lo scopo di perseguire l'autosufficienza produttiva di frumento dell'Italia. I numeri indicati nella memoria testimoniano che l'Azienda Agricola vinse diversi premi e si distinse per capacità produttiva.
Non che questo cancelli gli eventi nefasti di quell'epoca. Nel 1943 la villa fu occupata dai nazisti, ma fu risparmiata dai danni mentre nel frattempo la famiglia proprietaria offriva segretamente sostegno ai partigiani. Un dettaglio che restituisce alla Paleotta una dimensione più umana, più coraggiosa, meno da cartolina.
Mi guardo attorno con un sorriso. Oggi la villa, la corte e l'azienda agricola conservano ancora intatto il loro patrimonio storico, architettonico, tradizionale e rurale. La Paleotta, una gemma preziosa incastonata nella nostra suggestiva pianura, è la conferma della vitalità che scorre ancora, silenziosa ed elegante, nel nostro territorio.
Rare occasioni speciali – aperture straordinarie, eventi culturali e concerti – danno l'opportunità al pubblico di ammirarne l'antico fascino ma anche di rivivere situazioni e ambientazioni tipiche delle campagne fra Bologna e Ferrara oggi scomparse per via della modernizzazione e standardizzazione delle attività agricole.Mi allontano ripercorrendo lo stesso viale alberato che mi ha accolta, mentre le foglie, lente e quasi svogliate, continuano a cadere. Nessuna nostalgia, solo un gentile commiato e la promessa di tornare. E continuare il sogno da dove l'ho lasciato.
Fonti:
- Ville del Bolognese di Giampiero Cuppini e Anna Maria Matteucci, Zanichelli Bologna 1969:
- La Paleotta, cap. 3.1.6 (pp. 42-44)
- Gli affreschi di Cesare Baglione alla Paleotta, par. 2.5 (p. 103, 105)
- La quadratura come decorazione ambientale unitaria, par. 3.1 "Dentone, Angelo Michele Colonna e Menghin del Brizio nelle Ville Paleotta, Cospi, Malvasia" (pp. 106-109)
- Immagini degli esterni ed interni della villa (pp. 200-218)
- scheda "Villa La Paleotta" (pp. 354-355) - Sito ufficiale Villa La Paleotta – A.D. 1560 (lapaleotta.com)
- Sito ufficiale Azienda Agricola La Paleotta
- Le Ville Senatorie del Bolognese – conservazione e riuso - Guida all'esposizione a cura di Laura Baratin e Anna Gianotti (scheda "Villa La Paleotta") – Città Metropilitana di Bologna
- Catalogo Generale dei Beni Culturali:
- Villa La Paleotta, Bentivoglio, ca XVI - ca XVI
- San Marino. Vedute di Villa La Paleotta, positivo insieme, 1989 - 1989
- Oratorio di Villa Monari, Bentivoglio, 1957 - Villa La Paleotta, Giardino informale, Bentivoglio (BO) – Emilia-Romagna - Associazione Parchi e Giardini d'Italia (AGPI)
- Villa La Paleotta, GESIDI Engineering & Architecture Srl
- Architettura Rurale 2, Bentivoglio e dintorni – colombaia di Villa Paleotta, prospetto est e ovest della villa (foto fine anni '70)
- 1925, la Battaglia del Grano, pagina Facebook “Storie di Pianura e dintorni”








