Oggi vediamo la nostra Pianura Padana, da sempre percorsa da acque ribelli, protetta da argini, fossi, terrapieni. Ma è interessante soffermarsi su quanti hanno contribuito alla loro costruzione ed alla conseguente bonifica del nostro territorio: gli scariolanti.

 

Gli scariolantiLa storia di questi uomini si svolge tra il XV ed il XX secolo: essi erano braccianti che trasportavano terra con le loro carriole durante i lavori di bonifica, alzando argini, scavando canali, colmando paludi. Anticamente erano attivi in tutto il Ducato di Ferrara, ogni anno a primavera, più di 30.000 scariolanti ogni giorno. Gli ultimi lavorarono negli anni '40 del '900 nei territori del Reno e del Canale di Burana.

 

Ogni scariolante era tenuto a portare con sé una vanga ed una carriola personale, trainandola dietro la bicicletta o tenendola sopra la testa.

Gli scariolanti di RavennaNon era duro solo il lavoro, ma anche difficile l'arruolamento. A ogni inizio di settimana, alla mezzanotte della domenica, un corno suonava e chi voleva avere il lavoro doveva incamminarsi verso gli argini dove avveniva il conferimento dell'incarico. I ritardatari rischiavano di essere respinti e di dover aspettare fino alla settimana successiva per tentare di nuovo.

Il pagamento avveniva a fine giornata, a cottimo (cioè pagato in ragione dei metri cubi di terra posti sull'argine e pressati), ma solo se era stata conclusa: non era raro infatti che la ruota della carriola si rompesse e lo scariolante doveva sempre averne una di scorta.

 

Bicicletta dello scariolante al Museo di MirabelloAlcuni ricorderanno il canto intitolato "A mezzanotte in punto", ispirato appunto alla consuetudine dell'arruolamento:
"A mezzanotte in punto si sente un gran rumor: sono gli scariolanti lelill-lerà, che vengono al lavor. Volta e rivolta e torna a rivoltar; noi siam gli scariolanti che vanno a lavorar. A mezzanotte in punto si sente una tromba a sonar: sono gli scariolanti, lelill-lerà che vanno a lavorar. Volta e rivolta ecc. Gli scariolanti belli son tutti ingannator, che j’ha ingannà la bionda, lelill-lerà, per un bacin d’amor. Volta e rivolta ecc."

 

Scariolanti nell'Agro PontinoIl canto nacque in italiano e non in dialetto perché le grandi opere di costruzione di argini e scavi richiamavano una moltitudine di contadini poveri non solo dal territorio ferrarese, ma anche da quello veneto, dal basso lombardo, dal marchigiano: i dialetti erano diversi ed era necessario che tutti comprendessero la lingua.

 

Gli scariolanti lavoravano dalle 5 alle 12, verso le 7 facevano mezz'ora di riposo per la colazione. Erano suddivisi in squadre, in genere di 20/30 operai, ai quali veniva assegnato un tratto del letto del fiume di 50 metri circa. Ogni squadra lavorava tre quarti d'ora per poi riposarsi un quarto d'ora.

In questo lavoro, che durava due o tre mesi l'anno, c'erano delle figure adibite al rifornimento dell'acqua che partecipavano al pari delle altre alla divisione finale degli utili, ma c'erano anche quelle persone, chiamate "Cap rudin" che stabilivano il ritmo di lavoro della squadra stando molto attenti a non farsi assegnare i tratti del letto del fiume più dure.

 

Monumento agli Scariolanti ad OstiaUna storia interessante che riguarda questo gruppo di lavoratori è quella degli scariolanti che da Ravenna si spostarono nell'Agro Pontino. Anche Ravenna, come Ferrara e Bologna, ha una lunghissima e travagliata storia di opere di bonifica, documentata sin dal XIII secolo.

Nel corso di 600 anni, chilometri e chilometri di arginature e protezioni per le acque nacquero dal duro lavoro e dalle tribolazioni di centinaia di operai braccianti che spingevano le loro carriole contenenti non più di due paletti di terra per volta, rischiando di ammalarsi di malaria e stando lontani da casa per lunghi periodi. Il loro operato ha cambiato completamente il territorio.

Nella seconda metà del XIX secolo, però, i lavori volsero al termine e questa gente che da generazioni non aveva fatto altro che trasportare terra, rischiò la disoccupazione.

Ad aggravare la condizione degli scariolanti, c'erano la crisi economica e l'abbandono delle campagne da parte di moltissimi figli di mezzadri che andavano a lavorare in città come operai.

Fu in quel clima che a Ravenna, per volontà di Nullo Baldini, trentadue scariolanti e badilanti diedero vita nel 1833, in una casa del Borgo di San Rocco, alla prima cooperativa di lavoro della storia italiana, l'Associazione Generale degli Operai Braccianti del Comune di Ravenna.

Di lì a poco le cooperative crebbero di numero e si diversificano nei vari settori e nel 1902, venne fondata la Federazione delle Cooperative presieduta dallo stesso Nullo Baldini.

 

Pasto dello ScariolanteDa un'altra zona d'Italia giunse una richiesta di manodopera "specializzata". Il 24 Novembre 1884, 500 braccianti romagnoli dell'Associazione Generale partirono da Ravenna diretti ad Ostia al fine di bonificare le paludi e le malsane terre dell'Agro Romano, Maccarese, Isola Sacra e Campo

Salino alle foce del Tevere. Lavorando di braccia e di carriola, scavarono canali, alzarono argini, misero in funzione idrovore a vapore, costruirono e regolarono, bonificando, tremila ettari di terreno, rendendo l’ambiente vivibile e tale da consentire l’avvio di attività economiche.

Diedero vita inoltre ad una colonia regolata dai valori umanitari e di solidarietà che li avevano spinti a unirsi in cooperativa e ad affrontare una simile avventura. Il prezzo pagato in termini di vite umane fu altissimo: circa 600 i morti, dovuti soprattutto alla malaria, nei primi 12 anni di lavoro.

Oggi queste terre sono coltivate ed abitate dagli eredi degli scariolanti ravennati. Ostia è tuttora custode di un nucleo di abitanti che coltiva ancora costumi, consuetudini e l'amore per la Romagna e il suo dialetto.

 

Gli scariolanti furono un fulgido esempio di socialismo. Li hanno ricordati Gioacchino Assogna, segretario della sezione del PSI di Ostia, Gianluca Quadrana, consigliere comunale di Roma e Franco Bartolomei, membro della segreteria nazionale del PSI.

 

E' stato il loro duro lavoro a consentirci di vivere e prosperare in luoghi un tempo inospitali. E' una storia, la loro, che ha solcato profondamente la nostra terra, trasformandola per sempre.
Questa è la ragione per la quale dobbiamo ricordarli sempre non come ai margini, ma come i protagonisti della storia della bonifica emiliano-romagnola.

 

 

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