Prima di varcare il portone del Palazzo del Vescovo di Imola, mi sono fermata a leggere quelle righe scolpite nella pietra. San Francesco arrivò qui nel 1213 e chiese al vescovo il permesso di predicare. Il vescovo lo liquidò senza troppi complimenti: «Basta, o frate, che predichi io al mio popolo». Francesco uscì in silenzio, inchinò il capo — e poi rientrò. Il vescovo, stupito, gli chiese cosa volesse ancora. E lui, con quella semplicità che lo ha reso immortale, rispose: «Signore, se il padre caccia il figlio da una porta, egli deve rientrare da un'altra». Il vescovo rimase senza parole, lo abbracciò e gli aprì le porte dell'intera diocesi. Un edificio che porta questa storia sulla fronte non può essere un posto qualunque. Avevo ragione.
Il Palazzo Vescovile di Imola è uno di quei luoghi che si stratificano nei secoli senza fare rumore. La prima attestazione documentaria risale al 1187, quando si iniziò a costruire insieme alla cattedrale. Occorsero più di seicentocinquant'anni di lavori — aggiunte, demolizioni, ampliamenti — perché l'edificio assumesse la forma che ancora oggi vediamo affacciarsi su Piazza Duomo. Nel Seicento il vescovo Stefano Donghi fece edificare la parte sud-ovest per gli ospiti illustri; nel 1766 il vescovo Gian Carlo Bandi affidò a Cosimo Morelli il rifacimento di una parte consistente dell'edificio, da cui nacquero lo scalone neoclassico, l'atrio e il monumentale salone d'onore. Poi arrivò Giovanni Maria Mastai Ferretti, vescovo di Imola dal 1832 al 1846 prima di diventare papa Pio IX: restaurò tutto il palazzo, rifece i damaschi rossi dell'appartamento cardinalizio e lasciò il suo stemma sulle volte — quasi una firma personale sulle stanze dove aveva vissuto.
Oggi quegli appartamenti ospitano il Museo Diocesano, inaugurato nel 1962 da don Antonio Meluzzi, che negli anni del dopoguerra aveva girato le chiese danneggiate della diocesi salvando dipinti e arredi dall'abbandono. Da quel nucleo originario di sei sale il museo è cresciuto fino alle attuali diciassette, con oltre duemila opere databili dal IX al XXI secolo. È il secondo museo ecclesiastico italiano per fondazione dopo quello di Bergamo.
Salgo lo scalone morelliano e il tono della visita è subito chiaro: questo non è solo un luogo di conservazione di oggetti sacri, è un palazzo che vive ancora.
Una delle sale dove mi sono soffermata più a lungo è stata la Galleria dei ritratti, che dal 2023 ospita una rara collezione di ceramiche artistiche faentine e imolesi realizzate tra Ottocento e Novecento — sedici opere donate al museo da un collezionista imolese. Imola, con la vicina Faenza, vanta una tradizione ceramica plurisecolare, e questa raccolta ne è una delle espressioni più raffinate. Anfore monumentali del pittore bolognese Leonardo "Luigi" Banzi (con tanto di firma, dettaglio prezioso), oppure istoriate con scene tratte dall'Ivanhoe di Walter Scott o dall'incontro dantesco con Beatrice, una coppia di anfore con scene di pesca del 1882 firmate da Tomaso Dal Pozzo, fino a un'anfora in porcellana della Manifattura Ginori decorata in «stile dinastico» — omaggio al gusto egittomane che pervase l'Europa ottocentesca. Una collezione che, tra lustri e colori, racconta un pezzo di storia industriale e artistica di questa terra.
L'Appartamento rosso è il cuore storico del museo. Quattro sale — Salotto, Sala del trono, Studio e Camera da letto — vogliono ricreare l'atmosfera dell'Ottocento episcopale, con gli arredi preziosi ancora al loro posto e le pareti rivestite di damasco rosso che valorizzano i dipinti della Pinacoteca Diocesana. Camminare qui significa attraversare fisicamente la storia: non tanto per i quadri, quanto per la sensazione concreta di trovarsi in un ambiente che ha respirato secoli di vita del palazzo.
C'è però un angolo che mi ha colpito più di tutto, e non me lo aspettavo: il piccolo Corridoio Rusconi, con le sue teche dedicate agli ex voto e alle targhe ceramiche devozionali. Gli ex voto sono oggetti umilissimi e potentissimi — tavolette dipinte da mani spesso non professionali, che testimoniano grazie ricevute, scampati pericoli, malattie guarite. Parlano della gente comune con una sincerità che nessun capolavoro riesce a eguagliare. Mi sono fermata a lungo, cercando di leggere i volti dipinti e le storie che raccontavano.
Altrettanto straordinaria, per ragioni diverse, è la sala dei corali miniati — diciannove antifonari del realizzati tra il XIII e il XV secolo. La storia più avventurosa di due di questi libri sta in quello che manca: Raffaele Mannai, ricercatore di storia dell'arte alla Normale di Pisa, ha scoperto che quattordici fogli strappati da questi codici, attribuiti al misterioso "Maestro di Imola", sono finiti — chissà come, chissà quando — alla Free Library of Philadelphia e alla National Gallery of Art di Washington. Pagine dell'anno Mille lontane ottomila chilometri dalla loro casa. Una storia che fa capire quante vicende nascondano questi oggetti apparentemente silenziosi.
L'Appartamento verde, sei sale rinnovate nell'Ottocento per volontà del vescovo Giustiniani, sono esposte collezioni tematiche che spaziano dai tessuti liturgici alla numismatica, dall'arte sacra contemporanea alle terrecotte devozionali.
Il percorso di visita non poteva che chiudersi con la settima sala, detta Wunderkammer, la “camera delle meraviglie”. Una piccola stanza, in antico una cucina, con il nucleo delle opere più rare e preziose dell’intero museo, fra mitre gemmate, calici smaltati e l'originale cassa da viaggio del cardinale Gamberini, completa di tutto il suo corredo per le celebrazioni liturgiche.
All'interno del museo il tempo è trascorso veloce. Ero talmente assorta nella contemplazione di alcune opere che ad un certo punto hanno dovuto ricordarmi che era l'ora di chiusura.
Sono uscita con la sensazione di avere attraversato qualcosa di raro: un luogo che non si è mai arreso al tempo, che ha continuato a stratificare storia su storia senza perdere il filo, dove ogni opera esposta racconta qualcosa, e nessun racconto finisce dove ti aspetti.
Fonti:
- Palazzo Vescovile | Museo e Pinacoteca Diocesani di Imola, in storiaememoriadibologna.it
- Museo diocesano Pio IX, Wikipedia, it.wikipedia.org
- Il Museo Diocesano di Imola dal 1962 ad oggi, museo121.wixsite.com
- Lapide con la storia del Beato Francesco venuto a Imola nel 1213 circa, posta sulla facciata del palazzo dal popolo imolese nel VII centenario della morte di San Francesco
- Pannelli espositivi: La collezione di ceramiche della Galleria dei ritratti, Appartamento Rosso
- Le pagine perdute e ritrovate: "Così quei fogli miniati del 1200 sono arrivati fino in America", articolo di Gabriele Tassi, ilrestodelcarlino.it (27 febbraio 2025)





