Parva, sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non / sordida, parta meo, sed tamen aere domus.
"La casa è piccola ma adatta a me, pulita, non gravata da canoni e acquistata solo con il mio denaro". Queste parole, scolpite su una fascia di cotto lungo la facciata di un sobrio edificio in mattoni a vista di Ferrara, bastano da sole a raccontare chi era Ludovico Ariosto — e cosa cercava, nell'ultima stagione della sua vita. Non gloria, non sfarzo. Solo un angolo tutto suo.
Quando mi sono trovata davanti al numero 67 di via Ariosto, in quella che un tempo si chiamava contrada Mirasole, ho compreso che stavo per entrare in un luogo permeato di serenità, dove un uomo che aveva trascorso tutta la sua vita sotto i riflettori della corte estense ha trovato la sua pace nella semplicità, nelle piccole cose. Tutto questo è nell'aria, nei mattoni, nei silenzi del cortile.
Bisogna partire dall'inizio per capire cosa rappresentò questa casa per Ariosto. Nel 1522, poco dopo l'uscita della prima edizione de L'Orlando Furioso, il poeta non poté rifiutare l'incarico di Governatore della Garfagnana affidatogli da Alfonso I d'Este: tre anni lontano da Ferrara e dall'amata Alessandra Benucci. Al ritorno ha cinquantadue anni e un solo desiderio: ritirarsi in un luogo domestico e rassicurante, tutto suo. Lo dice esplicitamente nella VII Satira diretta all'amico Bonaventura Pistofilo: Se perché amo sì il nido mi dimandi, / io non te lo dirò più volentieri / ch'io soglia al frate i falli miei nefandi.
Nel giugno 1526 acquista la casa nella nuova Addizione Erculea a lire duecento. Avvia subito i lavori di ristrutturazione dando indicazioni precise e personalissime, anche se — come testimonia il figlio Virginio — constatò che "non fosse così facile il mutar le fabbriche come i suoi versi".
Ma di chi era la casa prima? La parva domus era appartenuta a Bartolomeo Cavalieri, ambasciatore del Duca Ercole in Francia, che alla morte aveva lasciato alla famiglia la piccola casa del Mirasole ma anche molti debiti, che gli Estensi non avevano contribuito a sanare. È assai plausibile che proprio Cavalieri avesse fatto incidere il distico sulla facciata per sottolineare con orgoglio l'estraneità degli Estensi alla costruzione di quella casa. Ariosto trovò quell'iscrizione, la comprese, e la volle mantenere — la sentiva perfettamente sua, anche se non lo era.
L'edificio, attribuito con probabilità a Girolamo da Carpi, si discosta in modo sorprendente dai parametri tradizionali delle case ferraresi. Le stanze non si distribuiscono attorno a un cortile centrale come di consueto: la scala è all'interno, accessibile da un vestibolo passante. I camini si trovano sul lato opposto rispetto alla facciata. Al piano nobile si apre un'ampia sala — una scelta insolita, quasi moderna. Il tutto su un modulo quadrato, con proporzioni matematicamente calibrate. Ariosto scelse un linguaggio sobrio, rinunciando a logge, fregi e ornamenti, limitando ogni decorazione alle sole cornici del portale e delle finestre.
Vi si trasferisce con il figlio Virginio nel 1529. Qui completa la terza e definitiva edizione dell'Orlando Furioso, uscita nel 1532. E qui si spegne, assistito da Virginio e dalla moglie Alessandra, il 6 luglio 1533, a 58 anni.
C'è però un angolo della casa di cui Ariosto andava particolarmente fiero — e dove mostrava, con tutto l'affetto del mondo, di non avere alcun talento: il giardino. Sul retro dell'edificio coltivava un orto con appassionata dedizione, e il figlio Virginio ne ha lasciato una testimonianza esilarante. Il padre non lasciava mai ciò che aveva piantato nello stesso posto per più di tre mesi, andava a controllare i semi con tale frequenza da finire per danneggiare i germogli, e aveva una conoscenza delle erbe talmente scarsa da scambiare qualsiasi piantina spuntata per quella desiderata.
"I' mi ricordo ch'avendo seminato de' capperi," scrive Virginio, "ogni giorno andava a vederli e stava con una allegrezza grande di così bella nascione. Finalmente trovò ch'erano sambuchi, e che de' capperi non n'eran nati alcuni."
Nonostante l'imperizia, questa passione verde si riflette in numerose poesie latine. Nella "loggetta" — il rustico che separa le due aree del giardino — era collocata un'epigrafe con la lirica De paupertate, che invitava gli ospiti ad apprezzare la sobrietà del luogo. Quella lapide è ancora oggi visibile sul muro perimetrale.
Oggi le sale al piano nobile ospitano un piccolo ma sorprendente museo. L'allestimento richiama quello delle Celebrazioni per i Centenari Ariosteschi del 1875 e del 1933. Tra i cimeli esposti spiccano le medaglie-ritratto: le prime coniazioni, opera di Pastorino da Siena e di Domenico Poggini, recano le "imprese" dell'arnia incendiata e della vipera — simboli scelti dallo stesso Ariosto per alludere al mancato riconoscimento degli Estensi e alla volontà di tacitare i detrattori. Una medaglia ritrae il poeta di profilo con la leggenda LVDOVICUS ARIOSTVS; sul rovescio, una mano brandisce cesoie per tagliare la lingua biforcuta di una serpe.
Tra le curiosità più toccanti, l'urna che conserva quello che si ritiene essere un frammento osseo della mano destra del poeta, rinvenuto nel 1801 durante la traslazione delle ceneri — un trasferimento voluto dal generale napoleonico Miollis per sottrarre simbolicamente i resti di Ariosto alla Chiesa e consegnarli alle istituzioni laiche.
Ma forse la cosa che mi ha colpito di più sono i registri delle presenze. Dal 1846, migliaia di visitatori hanno firmato all'ingresso della parva domus. Scorrendo quei nomi si attraversa la storia culturale italiana: Giuseppe Verdi nel 1872 (il giorno dopo un estimatore aggiunse la dedica "All'autore dell'Aida"), Giorgio Bassani nel 1949, Pier Paolo Pasolini nel 1953, Alberto Moravia ed Elsa Morante nel 1958.
Uscire da Casa Ariosto è difficile. Non perché la visita sia lunga — è una casa modesta, come il poeta stesso voleva — ma perché ci vuole un momento per elaborare quello che si è vissuto. Qui non c'è la grandiosità di un palazzo ducale. C'è qualcosa di più raro: l'intimità di un uomo che, dopo una vita trascorsa al servizio altrui, ha costruito — piccolo, sobrio, perfettamente suo — un angolo di mondo.
Mentre mi allontano, quei versi incisi sulla facciata continuano a risuonarmi dentro, dopo cinquecento anni ancora intatti nella loro verità. Una frase semplice, ma fortemente evocativa: una casa non è solo pietra o mattone, ma il luogo dove ogni conflitto tace, dove si può essere se stessi, con pregi e difetti.
Ariosto lo sapeva. E chiunque entri a cuore aperto, ancora oggi, sarà sempre il benvenuto.
Fonti:
- Pannelli didattici interni:
- Casa Ariosto, pannello introduttivo del museo
- La Parva Domus di Ludovico Ariosto
- I Precedenti Proprietari
- Il Giardino
- Le Medaglie
- Le Sepolture dell'Ariosto
- Registri delle Presenze dei Visitatori di Casa Ariosto
- L'Allestimento
- Ludovico Ariosto (scheda biografica)
- Le Celebrazioni del 1875 e del 1933 - Casa Ariosto – Museiferrara.it
- Casa di Ludovico Ariosto, Tourer.it
- Casa di Ludovico Ariosto, Touringclub.it







