"Anche arrivandoci dall'altra parte, la strada non era molto diversa da questa", commenta Marco mentre avanziamo in auto su una stradina bianca piena di buche. Attorno, la natura è padrona assoluta, interrotta solo da una vecchia pesa abbandonata in mezzo alla campagna, che un tempo doveva certamente avere un senso.
Ci troviamo nel territorio di Baricella, più o meno tra la località di San Gabriele e quella di Gandazzolo. Sobbalzando in macchina, mi guardo attorno senza avere davvero chiaro quale strada abbiamo percorso per arrivare fin qui. Il nostro obiettivo è un vecchio stabilimento abbandonato al limitare del Canale della Botte, circondato solo da campagna e acqua. In passato sono già stata in questo territorio, ma mai così addentrata, devo ammetterlo.
Non appena arrivati, ci troviamo davanti a una boscaglia attraverso la quale si intravedono diversi fabbricati diroccati. Non è chiara la loro funzione originaria, ma la curiosità è troppo forte per fermarsi. Due giorni fa ha piovuto molto e ci facciamo strada tra erba e terra ancora umide. "Era meglio mettersi gli stivali", dice Valerio. Ma ormai è tardi. Con jeans e scarpe bagnate, ci apriamo un varco tra gli arbusti fino a raggiungere l’ingresso dell’area abbandonata. È subito evidente che la perlustrazione non sarà breve.
Qui si concentrano edifici e strutture agricole appartenenti a epoche diverse. Tra quelle più recenti spicca un mastodontico ciclosilo – autoclave Harvestore. Queste torri sigillate, facilmente riconoscibili per il loro colore blu, sono progettate per lo stoccaggio di foraggi e granaglie in condizioni anaerobiche, riducendo il deterioramento e preservando la qualità del contenuto. Osservando le condizioni della struttura, potrebbe trovarsi qui almeno dal 2008. Fa un certo effetto pensare a quanto investimento sia stato necessario per realizzarla e portarla fino a qui e a quanto poco sia bastato perché venisse abbandonata.
Ci guardiamo attorno cercando di collegare il silos agli altri edifici. Più camminiamo, più sembra che il tempo si riavvolga. Questa torre potrebbe rappresentare solo l’ultimo capitolo di una storia iniziata molto prima. Sotto le cupole in lamiera di un vecchio capannone immaginiamo attività legate all’agricoltura e all’allevamento. Poco distante, una sala per la mungitura conferma questa ipotesi: il foraggio conservato nel silos serviva probabilmente a migliorare la produzione e la qualità del latte e l'efficienza riproduttiva dell'allevamento.
Proseguendo, l’atmosfera cambia ancora. Entriamo in uno stabilimento dove sembra di tornare indietro di quasi un secolo. Macchinari in legno, pulegge e cinghie raccontano un’epoca in cui il lavoro umano cominciava ad essere gradualmente coadiuvato dalla forza motrice dell'acqua o dall'energia elettrica. L’edificio, con l'alta torre che lo sovrasta, potrebbe essere stato una riseria, un mulino o un centro di lavorazione delle sementi. Ripulito dalla polvere, dal guano e dall’abbandono, sarebbe degno di diventare un museo, come altri luoghi simili già recuperati.
Poco più in là si trova una grande casa, forse abitata un tempo da chi lavorava qui. Il tetto sta cedendo, i vetri delle finestre sono frantumati, e all’interno regna il caos: mobili, stoviglie, vecchie riviste. Tracce confuse di vite quotidiane ormai dissolte.
La sensazione è che questo complesso agricolo-industriale sia cresciuto nel tempo, adattandosi alle esigenze economiche locali o all’attività di qualche consorzio. La sua storia reale rimane però avvolta nel mistero. Possiamo solo cogliere altri indizi mentre torniamo lentamente sui nostri passi, lungo questa strada bianca dove i confini delle proprietà sono ancora segnati da alberi e cavedagne.
Riprendendo il viaggio, arriviamo nei pressi dell’Oratorio del SS. Crocefisso, noto anche come Oratorio del Fondo Rosa. Da questa prospettiva appare diverso e sembra di comprendere meglio il suo rapporto con le abitazioni e il territorio circostanti. Le case vicine, allineate e raccolte, sembrano quasi proteggerlo. Forse qui sorgeva un piccolo borgo rurale e l’oratorio ne era il cuore spirituale. Quando vedo l’espressione incuriosita di Valerio, lo anticipo: "Possiamo passarci vicino, ma difficilmente ci lasceranno avvicinare troppo".
Dopo qualche centinaio di metri imbocchiamo via Savena Abbandonata, in direzione Boschi. Nei pressi della Chiesa di S. Maria Lauretana, voltiamo a destra. Passando per Malalbergo, Gallo e Poggio Renatico, raggiungiamo la località di Raveda.
All’improvviso riaffiorano i ricordi della mia ultima visita. Era una giornata calda, e un incontro casuale mi aveva accompagnata per ore tra racconti e storie del luogo. Ora però qualcosa è diverso. I lavori in corso lungo la strada lo confermano: "Accesso consentito solo ai residenti". Ci scambiamo uno sguardo. Valerio scende, sposta il cartello quel tanto che basta, e proseguiamo.
La Chiesa di Santa Maria della Neve appare oltre il fosso che la separa dalla strada occupata dalle ruspe. Stanno costruendo una nuova viabilità, e con essa cambierà inevitabilmente anche questo paesaggio. Osservo "Il piccolo Ranch", il ristorante che un tempo era punto di incontro e riferimento per tanti avventori e abitanti del luogo, col tetto ormai crollato.
Nei pressi del sagrato della chiesa resiste ancora il vecchio olmo che ricordavo. Ma il resto è profondamente cambiato. All’interno della chiesa, il degrado è evidente: le pareti affrescate con motivi in giallo, blu e oro, un tempo vivaci, sono irrimediabilmente segnate dalla muffa e dall’incuria. Sopra di noi, uno squarcio di cielo: il tetto è crollato, trascinando con sé parte della bella facciata.
Mi chiedo quando sia successo. Chi ha sentito il boato? Chi ha percepito quel vuoto improvviso, quando un edificio perde la sua parte più vitale? Chi c’era ha capito, forse, che non sarebbe più stato lo stesso. Qui si sono celebrate vite, matrimoni, battesimi. Qui le preghiere salivano leggere fino al cielo. Ora resta solo un silenzio carico di nostalgia, tra ricordi ormai frammentari. Una storia che raccontata oggi, davanti a tanta distruzione, rischia di apparire incredibile.
Anche la vecchia scuola è in condizioni simili. Il tetto è crollato, e ciò che resta non racconta più l’educazione, ma piuttosto un’occupazione improvvisata: una TV spenta, qualche divano consunto, un frigorifero pieno di bibite mai bevute, letti abbandonati. Restiamo qualche minuto, lasciandoci andare a immagini che mescolano realtà e immaginazione. Scene sospese, quasi irreali, nate da ciò che resta.
Torniamo alla realtà solo mentre ci allontaniamo. Durante questo viaggio abbiamo superato divieti, strade private, cancelli. Non per ribellione, ma per quella curiosità che spinge a osservare e comprendere, senza portare via nulla se non quelle immagini che danno la consapevolezza della fragilità e mutevolezza di ogni cosa.
Quello che ho compreso oggi è che ogni luogo ha bisogno di persone per sopravvivere, per continuare a raccontare qualcosa, per esistere davvero. Perché senza uno sguardo che lo riconosca e una memoria che lo custodisca, anche il più vivo dei luoghi è destinato, lentamente, a scomparire.
E con esso, anche quello che siamo stati.
Fonti e approfondimenti:
- Tra la via Boschi di Malalbergo e la via Savena Abbandonata di Baricella – Storiedipianura.it
- Raveda di Poggio Renatico ed il territorio circostante: di qua e di là dal Riolo - Storiedipianura.it
- Sito ufficiale di Harvestore
- Sala di mungitura per mucche, capre, pecore – Agriexpo.online
- Antico Mulino-Riseria "San Giovanni" – Digilander.libero.it
- Risiera di San Sabba, Trieste
Ringraziamenti:
Un grazie speciale agli amici coi quali ho vissuto questa esplorazione urbana nella nostra pianura. Come dico sempre, scoprire è bello, con accanto qualche buon amico ancora di più.
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