Quando ho varcato la soglia del Palazzo Ducale di Sassuolo, non immaginavo di trovarmi di fronte a uno dei tesori più straordinari del Barocco italiano. Eppure, salendo lo Scalone d'Onore e lasciandomi avvolgere dalla magnificenza di quegli spazi, ho capito immediatamente perché questo luogo venisse chiamato la "Delizia" della corte estense. Non è solo un palazzo: è un manifesto di ambizione politica, un trionfo dell'illusione prospettica, un racconto mitologico dipinto sulle pareti che ancora adesso, se ci ripenso, mi emoziona.
La storia del Palazzo affonda le radici nel 1458, quando Borso d'Este fece costruire quello che allora era un castello, la Rocca. Ma è nel Seicento che tutto cambia. Dopo la perdita di Ferrara nel 1598 a favore di Papa Clemente VIII, gli Este si trovano a dover ricostruire la propria immagine. Il ducato si trasferisce a Modena e Reggio Emilia, territori più piccoli, meno prestigiosi. Ed è qui che entra in scena Francesco I d'Este, un uomo di cultura raffinata e ambizioni europee, che nel 1634 decide di trasformare quella vecchia Rocca in qualcosa di magnifico.
Francesco I non era tipo da accontentarsi. Voleva che il suo piccolo ducato tornasse a contare sulla scena politica del continente. E quale modo migliore se non attraverso l'arte? Affidò il progetto di ristrutturazione a Bartolomeo Avanzini, architetto che aveva lavorato nei cantieri berniniani a Roma, e chiamò a raccolta alcuni dei più grandi artisti dell'epoca. Il risultato fu una residenza estiva che non aveva nulla da invidiare alle grandi corti europee: un luogo dove l'arte e l'architettura dialogavano per creare un'esperienza totale, immersiva, capace di lasciare a bocca aperta chiunque la visitasse.
Camminando attraverso le sale del Palazzo, ho provato quella stessa meraviglia che dovevano provare i cortigiani del Seicento. Ogni ambiente racconta una storia, ogni soffitto apre prospettive impossibili, ogni parete inganna l'occhio con maestria disarmante. Gli affreschi non sono semplici decorazioni: sono strumenti di propaganda, celebrazioni del potere, ma anche opere d'arte di una bellezza che ti mozza il fiato.
Il protagonista assoluto di questa impresa decorativa è Jean Boulanger, pittore francese chiamato alla corte estense da Francesco I. Boulanger non era solo un esecutore: era un narratore visivo, capace di tradurre le ambizioni del duca in immagini potenti e significative. Accanto a lui lavorò un'équipe straordinaria di artisti bolognesi: i quadraturisti Angelo Michele Colonna e Agostino Mitelli, maestri dell'illusione prospettica, affiancati da Baldassarre Bianchi e Gian Giacomo Monti. E poi c'erano gli scultori Lattanzio Maschio e Luca Colombi, che con stucchi dorati e statue marmoree completavano la scenografia.
Il cuore pulsante del Palazzo è senza dubbio il Salone delle Guardie, realizzato tra il 1647 e il 1648. Quando sono entrata in quella sala, ho dovuto fermarmi un attimo per metabolizzare quello che vedevo. Le pareti sembrano dissolversi in architetture impossibili: colonne di verde malachite che si innalzano verso spazi illusori, balaustre da cui si affacciano musici e spettatori dipinti, come se stessero davvero assistendo a uno spettacolo. L'illusione è così perfetta che istintivamente ti viene da controllare se quelle figure siano reali o dipinte.
Sulla volta, Colonna ha affrescato le Muse che presentano ad Apollo le opere letterarie promosse dai duchi estensi. È un omaggio alla tradizione culturale della famiglia: Clio tiene in mano la Storia del Pigna, Calliope mostra l'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto e il Goffredo di Torquato Tasso, e così via. Ogni dettaglio celebra il mecenatismo estense, quel legame profondo tra la corte e gli artisti, i poeti, i letterati che hanno reso grande la dinastia. Agli angoli della sala, le allegorie della Pittura, della Scultura, dell'Architettura e della Geometria dichiarano il programma di Francesco I: un duca che non si limita a governare, ma che promuove le arti e le scienze.
Ho osservato a lungo i gruppi di musici dipinti alle pareti. Alcuni reggono strumenti a corda, altri a fiato, e hanno espressioni così vive che sembra di sentirli suonare. Il famoso suonatore di chitarrone, con una gamba sollevata che invade lo spazio reale, è un capolavoro di virtuosismo pittorico. Pare che questi fossero ritratti di musici realmente al servizio di Francesco I, e guardandoli mi sono chiesta quali melodie risuonassero in quelle sale durante le feste di corte.
Ma l'elemento che più mi ha colpito, quello che davvero ha lasciato un segno indelebile nella mia memoria, è la Galleria di Bacco. Questa lunga galleria, realizzata tra il 1650 e il 1652, corre parallela alla facciata del Palazzo ed è un trionfo di colore, natura e mitologia. Jean Boulanger, coadiuvato da Olivier Dauphine, ha dipinto qui 41 episodi delle Storie di Bacco, mentre Pier Francesco e Carlo Cittadini hanno realizzato un intreccio straordinario di vegetazione, fiori e frutti che incornicia le scene con una ricchezza quasi eccessiva.
La scelta di dedicare un'intera galleria a Bacco non è casuale. Il dio del vino, della prosperità e della forza vitale era già stato protagonista dei dipinti che Tiziano aveva realizzato per i camerini di Alfonso I al Castello di Ferrara. Per gli Este, Bacco rappresentava molto più del semplice piacere del vino: era simbolo di civiltà, di ordine, di cultura. Il mito di Bacco alludeva alla capacità di trasformare la natura selvaggia in prosperità, il caos in armonia. E Francesco I, che nel 1637 aveva sposato Maria Farnese, volle celebrare questa unione proprio attraverso il mito bacchico, già evocato nei componimenti poetici scritti in onore delle nozze.
Percorrendo la Galleria, ho seguito il racconto visivo della vita di Bacco. Si comincia con Semele, la madre del dio, ingannata da Giunone gelosa. Poi la nascita miracolosa di Bacco, cucito nella coscia di Giove. Le nutrici che allevano il piccolo dio, Sileno che lo educa. C'è l'episodio dei pirati trasformati in delfini (che risale al mito greco e poi etrusco), il re Mida con le sue orecchie d'asino che si bagna nel fiume Pattolo, la maga Medea. E poi l'amore: Bacco che incontra Arianna abbandonata a Nasso, il matrimonio, la corona trasformata in costellazione. Anche gli episodi più drammatici trovano spazio: le Baccanti che dilaniano Orfeo, e Bacco che le trasforma in alberi come punizione.
Ogni scena è un piccolo teatro, con figure che si muovono in paesaggi lussureggianti. I colori sono vividi, le composizioni dinamiche. E mentre camminavo, mi sono resa conto di quanto fosse sofisticato il messaggio: attraverso Bacco, Francesco I celebrava la propria corte come luogo di cultura, prosperità e ordine civile. Era un modo per dire: questo piccolo ducato è grande quanto le sue ambizioni.
Le altre sale del Palazzo continuano questo racconto allegorico. Nella Camera della Fortuna, Ottavio Viviani e Boulanger hanno dipinto la Sorte bendata che fa cadere felicità o sventure dall'albero del destino. Sulle pareti, episodi storici come Tamerlano che umilia il sultano Bajezid, esempio perfetto di quanto la fortuna possa essere capricciosa. La Camera dell'Amore, invece, celebra la forza del sentimento: Cupido troneggia sul mondo sostenuto da Ercole e Atlante, mentre alle pareti si raccontano storie d'amore tratte dall'Orlando Furioso.
L'Appartamento della Duchessa è un universo a sé. Nella Camera dei Verdi o dei Medaglioni, ho ammirato i ritratti in cartapesta dorata di principi e principesse estensi: una galleria dinastica che ribadisce la continuità e la grandezza della famiglia. La Camera della Fede maritale racconta storie di devozione coniugale: Rodomonte che uccide Isabella, Artemisia che scioglie le ceneri di Mausolo nella bevanda, Penelope fedele al telaio. Sono immagini che esaltano le virtù femminili, ma anche che costruiscono un modello di comportamento per la corte.
L'Appartamento Stuccato, decorato tra il 1640 e il 1650 da Luca Colombi con interventi di Lattanzio Maschio, è caratterizzato da una ricchezza ornamentale straordinaria: stucchi profilati in foglia d'oro, medaglioni con scene mitologiche in rilievo. Qui si trovava la Camera della Fama o dei Cavalli, con ritratti equestri degli Este, e la Camera di Fetonte, che prende il nome dalla Caduta di Fetonte affrescata da Boulanger. Il mito ovidiano del giovane che osa guidare il carro del sole e precipita per la sua tracotanza è un monito sul giusto uso del potere: anche questo fa parte del programma iconografico voluto da Francesco I.
Quello che ho molto apprezzato è stata la coerenza complessiva del progetto. Ogni sala, ogni affresco, ogni dettaglio decorativo è parte di un discorso più ampio. Francesco I voleva mostrare che il suo ducato, per quanto piccolo, era culturalmente all'altezza delle grandi corti europee. Voleva celebrare la tradizione familiare, il mecenatismo, le virtù civili e morali. E lo ha fatto non attraverso proclami o manifesti politici, ma attraverso l'arte: un linguaggio universale, capace di parlare direttamente all'animo di chi guarda.
Camminando per il Palazzo, mi sono sentita parte di quella narrazione. Ho immaginato Francesco I passeggiare per queste stanze, mostrare agli ospiti illustri la Galleria di Bacco, condurli attraverso il Salone delle Guardie. Ogni visita doveva essere un'esperienza totale, un viaggio sensoriale che lasciava un'impressione indelebile. E devo dire che, a distanza di quasi quattro secoli, quell'effetto è ancora palpabile.
La conservazione di questo patrimonio è fondamentale. Gli affreschi del Palazzo Ducale non sono solo testimonianze del passato: sono opere d'arte vive, che continuano a parlarci, a emozionarci, a farci riflettere. Il restauro degli ambienti, completato negli ultimi anni, ha permesso di restituire splendore a colori che il tempo aveva sbiadito. Oggi possiamo ammirare questi capolavori quasi come li vedevano i contemporanei di Francesco I, e questa è una fortuna immensa.
Se dovessi descrivere in una parola l'esperienza della visita al Palazzo Ducale di Sassuolo, direi: suggestione. È impossibile restare indifferenti davanti a tanta bellezza, a tanta maestria tecnica, a tanta intelligenza progettuale. Gli affreschi ti catturano, le prospettive ti ingannano, i racconti mitologici ti trasportano in un altro mondo. È un luogo che va vissuto con calma, assaporato passo dopo passo, stanza dopo stanza.
Lasciando il Palazzo, mi sono voltata indietro per un ultimo sguardo. Quegli spazi, quelle pareti affrescate, quei soffitti infiniti mi avevano regalato qualcosa di prezioso: la sensazione di aver viaggiato nel tempo, di aver toccato con mano la grandezza del Barocco italiano, di aver compreso un po' meglio le ambizioni di un uomo, Francesco I, che attraverso l'arte ha cercato di rendere immortale il suo piccolo grande ducato.
Se siete appassionati di storia, di arte, di mitologia, o semplicemente cercate un luogo capace di stupirvi, il Palazzo Ducale di Sassuolo vi aspetta. È un'esperienza che non dimenticherete facilmente, ve lo garantisco.
Ringraziamenti e Fonti:
- Si ringrazia l'Associazione Emilia-Romagna in Tour, in particolare la preparatissima Professoressa Fabiola Ganassi, la nostra guida, che ci ha illustrato in modo encomiabile le diverse sale del palazzo. Spero con questo articolo di avere dato adeguatamente merito alla sua presentazione.
- Palazzo Ducale Sassuolo – PAT ER – Patrimonio Culturale Emilia-Romagna
- Sassuolo (Modena) - Palazzo ex-ducale/ Affreschi del Salone delle guardie - prima/ del restauro 1920 (prof. Casanova) – Catalogo Generale dei Beni Culturali
- Sbirciando con gli occhi all'insù nel Salone delle Guardie o dei Virtuosi di Casa d'Este del Palazzo Ducale di Sassuolo - Gallerie Estensi
- Palazzo Ducale di Sassuolo: una 'Delizia' per gli occhi – di Alessia Mazzarella - The About Magazine
- La mitologia nel Palazzo Ducale di Sassuolo - Documentazione didattica dell'Istituto Comprensivo Sassuolo 2° Nord
- Le illusioni architettoniche degli affreschi di Palazzo Ducale a Sassuolo – Galleria di foto realizzate da Guido Barbi






