Ci sono edifici radicati in un luogo come vecchi alberi. Le loro radici affondano nella storia di una comunità e, con il tempo, diventano simboli dell’identità dei suoi abitanti. L’edificio collocato su una curva della via Nazionale, proprio all’ingresso di Altedo, noto oggi come Locanda Napoleone, è presente in questo territorio da così tanto tempo che persino la memoria più antica rischia di sfumare.

Locanda Napoleone AltedoLo osservo dall’esterno, girandoci attorno lentamente. Oggi i cancelli sono chiusi e la gente del luogo scuote la testa con dispiacere: l’attuale proprietà non lo apre più da tempo. Eppure questo non era un luogo qualsiasi, nonostante si trovi nella bassa pianura bolognese, solo apparentemente isolata dal resto del mondo.

Per comprenderlo davvero bisogna tornare indietro nel tempo, fino al Medioevo. Allora signori del luogo erano i Pepoli, una delle famiglie gentilizie più ricche e influenti di Bologna. Ad Altedo, sul finire del XIII secolo, possedevano circa 422 ettari di terreno. Si narra che nel 1345 Giovanni Pepoli attese Obizzo III d’Este, signore di Ferrara, e Mastino II della Scala, signore di Verona, in una locanda di Altedo per consumare un frugale pasto prima di scortarli a Bologna, nella casa del padre Taddeo. Qui li attendevano anche Ostasio II da Polenta, signore di Ravenna, e Azzo da Correggio, signore di Parma. I Pepoli si erano rivolti a loro per stringere un’alleanza contro i Visconti, signori di Milano. La locanda fu dunque testimone silenziosa e discreta di un incontro molto importante, destinato a coinvolgere anche gli Estensi in questa alleanza segreta.

Disegno di Egnazio Danti, 1578. Altedo, chiesa e locandaAnche Egnazio Danti, nel 1578, testimoniò con i suoi disegni la presenza della locanda dei Pepoli presso il T. o il Tedo, come veniva chiamata la cittadina. L’abate raffigurò la chiesa di San Giovanni Battista lungo la strada per Baricella, in prossimità del Saona (il Savena). Sulla destra compare una costruzione indicata come proprietà del conte Romeo Pepoli. È proprio lei, la Locanda Napoleone, anche se all’epoca si presentava con un aspetto più dimesso e modesto, forse proprio quello ideale per incontri riservati e affari discreti.

Poco più di un secolo dopo, nel 1666, il destino dei Pepoli si intrecciò con quello dei Marescalchi grazie al matrimonio tra Elisabetta Pepoli e Vincenzo Maria Marescalchi. “Lisabetta” portava con sé una dote considerevole: tutti i terreni, orti e fabbricati della cosiddetta “Impresa del Tedo” che il padre Rodorigo Pepoli le aveva lasciato alla sua morte. Tra questi possedimenti figurava anche un’osteria.

Altedo nella Carta di Andrea Chiesa, 1742Sul finire del Settecento, proprio sul terreno dove sorgeva l'osteria, il conte Ferdinando Marescalchi fece costruire un imponente palazzo destinato a locanda. Ancora oggi, osservandone l’aspetto esterno, si ha l’impressione di trovarsi davanti a una costruzione ibrida: un po’ villa signorile e un po’ luogo di accoglienza per viaggiatori. L’ampia scalinata sul lato sud, oggi in parte nascosta, conduceva probabilmente agli ambienti più eleganti del palazzo, riservati agli ospiti di riguardo. A nord, invece, dovevano trovarsi l’osteria e le attività legate alla stazione di posta dei cavalli che, dal 1795, divenne una delle soste delle diligenze lungo la linea postale Bologna–Ferrara.
Locanda Napoleone di AltedoL’osteria venne ampliata con la costruzione delle stalle e fu proprio allora che, in quella zona periferica distante circa trecento metri dalla chiesa parrocchiale, attorno al palazzo si formò una piccola borgata autonoma denominata anch’essa Locanda.

Locanda Napoleone di AltedoIl nome dell’edificio deriva sia dal suo locandiere, che si chiamava appunto Napoleone, sia dal passaggio del ben più celebre Napoleone Bonaparte durante la Campagna d’Italia. Qui il generale corso, non ancora imperatore, sostò nel 1796 per ben due volte. La prima il 3 luglio, quando una carrozza veloce lo portò da Bologna a Mantova passando per Ferrara. La seconda il 20 ottobre: al mattino si fece precedere da 400 soldati a cavallo e 1200 a piedi; nel pomeriggio partì da Bologna verso le tre e arrivò ad Altedo alle cinque per il cambio dei cavalli.

Altedo, Chiesa di San Giovanni Battista - Incisione di Enrico CortyDa quel momento la locanda assunse una posizione strategica per molti viaggiatori illustri: nobili, artisti e letterati europei impegnati nel Grand Tour. Tra questi Mariana Starke, che viaggiò in Italia negli anni cruciali della conquista napoleonica. Nella sua opera Lettere dall’Italia, tra il 1792 e il 1798, la scrittrice britannica raccontò della sua piacevole sosta alla posta-cavalli di Altedo nel 1798, definendola molto accogliente. Nello stesso anno anche Cooper Willyams, vicario nel Sussex e figlio di un capitano della Royal Navy, durante il suo personale Grand Tour decise di fermarsi per una notte nella celebre posta-cavalli locale con la sua maestosa locanda.

Non bisogna però immaginare questi viaggi come sempre agevoli. La costruzione della nuova strada comportò sacrifici e difficoltà: furono abbattute case, siepi e alberi che interferivano con il tracciato. Tuttavia, quando nel 1795 la via fu finalmente percorribile, la distanza tra Bologna e Ferrara si ridusse notevolmente, passando da 33 a 24 miglia bolognesi.
Su questa stessa strada, l’11 aprile 1797, transitò un convoglio francese di 87 carri carichi d’oro, argento, quadri e sete, frutto delle spoliazioni di banche, Monti di Pietà e chiese. La destinazione era la Francia.

Mariana StarkeNel 1799 si comprese che una sola posta-cavalli lungo il tragitto non era sufficiente: il fondo stradale era molle e i cavalli si affaticavano troppo. La sosta di Altedo venne quindi sostituita da due stazioni a Capo d’Argine e Malalbergo. L’unica tappa intermedia di Altedo fu ripristinata nel 1846 e poi nel 1857, ma le difficoltà del terreno, spesso fangoso, costrinsero nuovamente a tornare alle tre poste.
A mettere davvero in difficoltà l’organizzazione della posta cavalli sulla strada Bologna-Ferrara era però il passaggio dei grandi cortei di personaggi illustri. Nel 1846, ad esempio, il convoglio dell’Imperatrice Alessandra di Russia richiese il cambio di ben 138 cavalli. Per l’occasione fu ripristinata la posta di Altedo che, grazie all’ampio piazzale, i servizi e le stalle, rese possibile dimezzare il numero di cavalli necessari, utilizzando i migliori provenienti dalle altre stazioni e da vetturini privati.

L’inaugurazione della linea ferroviaria Bologna–Ferrara nel 1862 segnò però il declino definitivo del servizio pubblico di posta-cavalli. I postiglioni di Altedo, preoccupati per il proprio futuro, inviarono una lettera al Prefetto, che la inoltrò a Torino, allora capitale d’Italia. La risposta del Ministero dei Lavori Pubblici si limitò purtroppo a esprimere parole di solidarietà.

Locanda Napoleone AltedoEppure, pochi decenni prima, nel 1812, l’offerta di trasporti tra Bologna e Ferrara era sorprendentemente varia: oltre alle diligenze e alle staffette veloci per la corrispondenza, esisteva anche la “barca corriera” sul Navile, con cui si navigava da Bologna a Malalbergo per poi proseguire in diligenza fino a Ferrara e viceversa.

Col passare degli anni la locanda cambiò volto. L’edificio subì diversi interventi di restauro da parte dei proprietari successivi: prima la gestione Poggi agli inizi del Novecento, poi la famiglia Baccilieri. In uno di questi interventi l’artigiano Mario Marzocchi fu incaricato di decorare pareti e soffitti con tempere che riproducevano con grande abilità eleganti fantasie di fine Settecento. Al tempo stesso vennero demoliti lo scalone monumentale, il lucernario, l’abbaino e alcuni camini; gli ambienti originari furono modificati e la locanda si trasformò in un ristorante funzionale e rinomato, celebre per il risotto ai funghi porcini e i piatti di cacciagione. L’attività chiuse purtroppo sul finire degli anni Settanta.


Locanda Napoleone di AltedoDopo anni di abbandono, verso la metà degli anni Ottanta il nuovo proprietario, l’ingegner Giancarlo Bonfiglioli, avviò altri lavori di recupero e aprì la struttura in rare occasioni: tra queste un vernissage notturno nel 2015 e un evento dedicato all’addobbo delle tavole nel Natale 2019 organizzato da Sedie Spaiate in collaborazione con l'Interiors-homestylist Simona Miglio.

Le occasioni di utilizzo rimasero tuttavia poche e l’antico palazzo, così caro agli Altedesi, tornò a chiudersi in attesa di nuove destinazioni d'uso. Nel 2016 si era perfino pensato a un progetto di valorizzazione con l’Università di Ferrara, ma l’idea non poté essere realizzata a causa della sopraggiunta inagibilità dell’edificio, come si apprende dalla relazione di fine mandato del Comune di Malalbergo 2014-2019.

Locanda Napoleone AltedoFuori dal cancello, osservo con malinconia il maestoso palazzo deteriorarsi lentamente per l’incuria. Non si sentono più le voci dei bambini che un tempo giocavano qui davanti, né lo scalpiccio degli zoccoli dei cavalli o il vociare dell’osteria. Non si vedono più l’andirivieni delle diligenze, le nobildonne nei loro abiti da viaggio che passeggiano nel giardino, o gli uomini impegnati nelle stalle. Restano soltanto silenzio e immobilità, sensazioni che nel cuore degli Altedesi pesano moltissimo.

La Locanda Napoleone, che un tempo doveva apparire ai viaggiatori come una vera e propria oasi nella pianura – vitale, fiorente, laboriosa e al tempo stesso accogliente – oggi soffre di un altro tipo di solitudine: quella dell’abbandono. Una metamorfosi dolorosa, non solo per l’edificio ma per la memoria stessa della comunità.

Oggi, mentre il tempo continua a scorrere inesorabile, non riesco a rassegnarmi all’idea che questa trasformazione possa diventare definitiva. Davanti a questo cancello chiuso mi piace piuttosto immaginare che, prima o poi, qualcuno tornerà ad aprirlo, restituendo voce e vita a un luogo che da secoli custodisce la storia di Altedo.

Fonti:

 

 

 

Genziana Ricci
Sono Genziana Ricci, una blogger curiosa e da sempre appassionata di storia, cultura e arte. Ho creato questo blog per condividere con i lettori piccole e grandi storie del territorio di pianura bolognese, ferrarese e modenese. Credo profondamente nel valore del confronto e della divulgazione di conoscenze legate alla nostra storia, alle tradizioni e alla cultura del territorio, perché sono parte della nostra identità e possono offrire alle nuove generazioni insegnamento e arricchimento. Del resto, la storia ha bisogno di camminare sempre su nuove gambe.

 

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